TORINO PORTA NUOVA: presidio NoTav aperitivo/assemblea

7 Febbraio 2010

Mercoledì 10 febbraio 2010

alle 17

di fronte alla stazione di Torino  Porta Nuova

-Corso Vittorio Emanuele Via Sacchi-
Punto info, aperitivo autogestito -

ognuno porta qualcosa - e assemblea popolare.

Movimento Torinese NoTav

dialogo intorno al tricolore

7 Febbraio 2010

da http://arivista.org/
Bruciare il tricolore o no?

di Daniele Ferro

Il 4 novembre 2009, a Torino, nel corso di un’iniziativa anarchica contro la Festa delle Forze Armate, è stata bruciata una bandiera italiana.

La cosa ha avuto un certo risalto nei mass-media. Per quel fatto sono stati denunciati alcuni manifestanti.

Un lettore ci ha inviato l’intervento che pubblichiamo qui sotto: secondo lui, si è trattato di una stupidata, perdipiù controproducente. Per favorire il dibattito, abbiamo fatto leggere il suo scritto ad altri compagni e compagne, alcuni dei quali ci hanno inviato il loro contributo. Li potete leggere in coda.

«CESARE – Ma come la farete questa rivoluzione, se siete quattro gatti?

GIORGIO – È possibile che siamo solo in quattro. A voi giova sperare, ed io non voglio togliervi una così dolce illusione. Vuol dire che ci sforzeremo di diventar otto e poi sedici… Certamente il nostro compito, quando non vi sono occasioni di far meglio, è quello di far la propaganda per riunire una minoranza di uomini coscienti che sappiano quello che devono fare e che siano decisi a farlo» [p.118, Dialoghi sull’anarchia, Gwynplaine edizioni, 2009. Corsivi miei].

Queste battute fanno parte di un dialogo che Errico Malatesta scrisse nel 1914.

È passato quasi un secolo e alcuni anarchici non hanno ancora capito che la comunicazione è il primo aspetto da tenere in considerazione per la costruzione di una società anarchica.

disegno di Roberto Ambrosoli

L’anarchismo e l’opinione pubblica
Alla fine di ottobre, siccome la redazione mi aveva spedito qualche copia in più di “A”, sono andato in una libreria di cui sono cliente: «Posso proporvi di esporre una rivista?» – «Certo». Quando ho iniziato a spiegare di che rivista si trattasse, la ragazza mi ha gettato addosso uno sguardo tra l’imbarazzato, il ridicolo e il timoroso. Ma sono uscito dalla libreria poco dispiaciuto, perché sapevo già come sarebbe andata a finire.

Ancora oggi, l’anarchico è visto come l’attentatore, il violento.

Se i cittadini hanno un’idea distorta degli anarchici un motivo ci sarà. Se tralasciamo il fatto che la nostra storia sia taciuta e che gli anarchici siano vittime di una campagna diffamatoria che forse ha avuto il suo apice nell’arresto di Valpreda dopo la strage di piazza Fontana, il motivo è che alcuni anarchici compiono azioni che incutono paura. Non ai “padroni”, cosa che sarebbe ovvia – visto che loro sbiancherebbero al solo pensiero di una società senza autorità quale noi desideriamo – ma ai semplici cittadini.

Cioè sono gli stessi anarchici, perlomeno alcuni, gli agenti della propria infamia.

Siccome i cittadini, non per colpa nostra, hanno paura o perlomeno sospetto verso gli anarchici, sarebbe opportuno non tirarsi pure la zappa sui piedi. Sarebbe opportuno fare – e non fare – il possibile affinché i cittadini capiscano che «anarchia non vuol dire bombe ma giustizia, amor, libertà», come canta “La ballata del Pinelli”.
Fiamme stupide
Credo che bruciare la bandiera italiana – come è stato fatto a Torino il 4 novembre per denigrare la fascistoide “Giornata delle Forze armate e dell’Unità nazionale” – sia un gesto stupido, cioè poco intelligente: di lì a poco, chi come me si fosse connesso alla pagina on-line de la Repubblica, avrebbe letto la notizia nelle brevi. Naturale.

Ho voluto approfondire, consapevole che «anarchico» è un’etichetta che i mezzi di comunicazione pinzano addosso alle persone con troppa faciloneria. Purtroppo era vero: su Indymedia Piemonte si leggeva che «qualche anarchico, senzapatria e disertore di tutte le guerre, ha voluto ricordare con una fiamma i massacri che ieri come oggi vengono fatti sventolando la bandiera bianca rossa e verde. Fuoco al tricolore! No a tutte le guerre! No a tutti gli eserciti!».

Io sono diventato anarchico a poco a poco: tra l’altro, ho mosso i primi passi anarchici proprio scendendo in piazza per dire no a tutte le guerre.

Rido (e piango) se qualcuno prova a tessermi le lodi della “patria”.

Mi viene il nervoso solo a vedere una mimetica.

Mi scende il latte alle ginocchia quando sento la voce retorica del Quirinale.

Ma mai mi sognerei di bruciare il tricolore. Perché so che sarebbe non solo inutile, ma anche controproducente.

Vorrei chiedere all’anarchico che ha bruciato la bandiera a che cosa siano servite quelle fiamme (eccetto l’apertura di un’indagine da parte della Digos, ma anche questo era largamente prevedibile).

Forse per avere visibilità? E allora proviamo a smettere i panni degli anarchici e ad indossare quelli del cittadino “qualunque”. Come considereremmo quel gesto? Probabilmente penseremmo che è il sintomo di una volontà di violenza. Come molti, poveretti, credono ancora che fumando una canna si finisca col bucarsi d’eroina, così bruciare la bandiera potrebbe essere considerato il primo passo per attentare alle istituzioni.

O forse chi ha bruciato la bandiera crede davvero che la violenza sia un modo per arrivare alla società anarchica (in tal caso, a mio parere sarebbe rimasto fermo a poco più dell’Ottocento).

Non so darmi altre possibili spiegazioni: o la visibilità o la violenza.

Mi si dirà: ma perché bruciare la bandiera sarebbe un atto di violenza, a chi fa male? Non fa male a nessuno fisicamente, ma sentimentalmente sì.

Se qualcuno mi dice che anarchia è merda, è come se mi stesse dando un pugno. E così accade per chi, in buona fede (non facciamo quelli che considerano i non anarchici degli idioti) prova affezione per il tricolore. Non perché sia nazionalista, ma perché – ne sparo una qualunque – sin da bambini ci viene detto che quella bandiera rappresenta gli italiani. Perché il sentimento nazionale non significa più, per la maggioranza dei cittadini, ostilità nei confronti delle altre nazioni: il tricolore è semplicemente – anche se stupidamente – un simbolo di identità.

M’è balenata una terza ipotesi. Forse quel gesto è stato un impulso, un impeto che ha portato a non pensare cosa sarebbe successo in seguito (la pubblicazione della notizia, il probabile “oh ma che palle questi anarchici” degli italiani, la denuncia). E vabè, in tal caso la faccenda sarebbe chiusa perché tutti combiniamo cazzate.

Però sono più propenso a credere che invece sia stato un gesto ben consapevole.

Un atto che, tra l’altro, ha coperto una fantasiosa trovata degli stessi anarchici torinesi: prima che venisse bruciato il tricolore avevano inscenato «un plotone di soldati caricati a molla» (ancora da Indymedia).
Ripensare la “propaganda”
Io lo slogan non l’ho cantato perché ho 25 anni, ma so che una volta si diceva «la fantasia al potere». Ecco, noi il potere non lo vogliamo, mettiamoci almeno la fantasia.

Perché dovremmo discutere seriamente, compagni, su cosa ne vogliamo fare di questa anarchia.

Vogliamo vivercela per sempre in solitudine, o se va bene in quattro gatti (neri)?

Vogliamo aspettare che le persone si innamorino dell’anarchia per caso (come è successo a me: per caso ho scoperto questa rivista e così – insieme alle manifestazioni di piazza – sono diventato anarchico)?

Oppure crediamo che l’anarchia sia l’evoluzione dell’umanità, ma che questa evoluzione vada raggiunta sulla continua spinta di chi anarchico ed anarchica lo è già?

Non sono il solo a credere che difettiamo gravemente nella comunicazione.

Dario Scella, sul numero estivo, scriveva che «da qualche anno […] si sta rischiando di perdere di vista questo punto fondamentale: il sapersi adattare ai tempi e alle situazioni, per comunicare meglio con le persone».

E nel numero di novembre Marco Gastoni affermava che «il nostro movimento fatica a raccogliere energie all’esterno».

Ne dovremmo discutere seriamente, compagni. Con fantasia.

Perché la società è in sempre più veloce cambiamento, e così – al di là delle ottime pubblicazioni, quali questa rivista e quelle delle varie case editrici libertarie – devono cambiare i nostri metodi di “far la propaganda”. Che è il nostro compito fondamentale, ammoniva Malatesta.

Altrimenti, come poesiava splendidamente Francesca Dipierro nel numero di ottobre, finiremo «nella nostra solitudine di chi parla e piange al muro, di chi muore con un ideale».

Sarebbe bello diffonderlo quell’ideale, prima di morire.

Cahier d’un retour (impossible) au pays natal.
E molte aurore ancor non sono aurora gveda

Parigi, 1939

L’Europa va alla guerra –i suoi cieli oscurati dalle bandiere- lo sterminio degli Ebrei è ancora lontano, e sconosciuto. Con la solitaria veggenza dei grandi poeti, Aimée Césaire (1) pubblica il suo Diario di un ritorno al paese natale: la ribellione che cova nel petto di generazioni di schiavi negri deportati nelle piantagioni del Nuovo Mondo trova la propria espressione più creativa. Come pugni felici le decine di sorprendenti neologismi che manipolano una lingua fino allora d’oppressione – il francese – voltandola nel suo opposto: Césaire inventa una parola nuova per chi non può più parlare quella degli avi – troppo tempo, troppe galee, nel frattempo – né vuole piegarsi a quella, senza memoria, del colonialista. Una terza possibilità, una ribellione dalla secolare schiavitù che non faccia semplicemente appello alle radici, ad origini perdute (come scriveva Michel Foucault (2) il racconto di un’origine è sempre una teogonia, sta dalla parte degli dei, in un immaginario mattino del mondo, “prima della caduta”) che unificano nell’atto stesso di separare da quanti, egualmente oppressi, non le condividono geograficamente e politicamente (nel senso primario dei confini), ma un balzo in avanti, la creazione di una lingua per una comunità nuova, che conservi la memoria dei viaggi – di tutti i viaggi- forzati.

Sono le catene, le galee, gli insulti e lo scudiscio dello schiavista, le tempeste che lasciano in mare migliaia di corpi senza nome, i ricordi del paese che, con la distanza, perdono definizione diventando struggenti sinestesie a ri-coniugare le parole nella penna di Césaire e a prendere corpo in una lingua senza patria, perché è la lingua del viaggio: come se per la prima volta si desse ascolto non tanto al prima – un passato felice – né al poi, sommamente infelice, di schiavi, ma a ciò che sta tra la partenza e l’arrivo. Césaire è noto per l’invenzione della parola négritude, ma il suo neologismo più bello è un altro, ed è intraducibile. In un altro poema, una lettera aperta all’amico Depestre, che rimprovera per l’adesione acritica alla linea del Partito Comunista Francese, esortandolo domanda:

marronerons-nous Depestre, marronerons-nous?
Nella nostra lingua esiste «marrone», ma niente di più inadatto a tradurre il verbo césairiano. La “marronizzazione” (il meticciamento, o la creolizzazione) non è un colore comune, uniforme, non è un’identità, non ha una bandiera. L’antropologo Geertz Clifford (3), uno dei migliori eredi contemporanei della scuola dei Cultural e Post-colonial Studies ha tentato di ricostruire la formazione del verbo marroner… Lo spagnolo cimarron (selvaggio) deriva dall’antico ispanico cima: la sommità di un monte, un luogo, anche, in cui nascondersi se si sta fuggendo. Da qui l’inglese maroon, cioè lo schiavo che fugge. Di nuovo, il riferimento è alle fughe degli schiavi africani che, quando le galee giungevano in vista delle Antille, spesso si sollevavano e fuggivano. Si buttavano in mare, e nuotando disperatamente, rischiando gli squali, l’inedia, gli scogli, i flutti feroci dell’oceano, a volte raggiungevano un’isola nuova, dove vivevano da uomini liberi. Scampati al naufragio sperimentavano una libertà inusuale, non solo dallo schiavista, ma pure, paradossalmente, dalle proprie vecchie origini. Ecco dunque, a mio parere, l’unica traduzione possibile dell’incitazione di Césaire all’amico Depestre:

“dimmi, Depestre, scapperemo, scapperemo-come-schiavi-in-fuga-verso un’isola-nuova?”

Scapperemo dai francesi che ci hanno sequestrati, noi e i nostri avi, per generazioni, persino dalla loro lingua; dalle catene dei padroni che ci hanno imprigionato le menti prima che i corpi

(…) e il negro fustigato che dice “Scusa padrone”…Guardate, sono abbastanza umile? Ho abbastanza calli alle ginocchia? (4)

Ma, ancora..scapperemo anche dai nostri falsi miti identitari, che certamente ci hanno permesso a volte, nelle difficoltà, di restare in vita, e che però, poiché ciò che ci unì nel dolore, ora ci divide, rischiano di incatenarci più che le galee?

Rifiuto di presentare i miei gonfiori/ Come autentiche glorie./ E rido delle mie antiche puerili ossessioni. No, non siamo mai stati amazzoni del re Dahomey, né principi del Ghana con ottocento cammelli, né dottori a Timbuctu mentre era re Askia il Grande, né architetti di Djénné, né Madhis, né guerrieri. Noi non ci sentiamo sotto l’ascella il prurito di coloro che una volta tennero la lancia. E poiché ho giurato di non nasconder nulla della nostra storia, voglio confessare che siamo stati in ogni epoca lavatori di piatti abbastanza meschini, lustrascarpe senza importanza, nel migliore dei casi, stregoni abbastanza coscienziosi e il solo indiscutibile primato che abbiamo battuto è quello della resistenza alla frusta (5).

Césaire sa bene di toccare un punto dolente, e di rischiare l’impopolarità; sa che la lingua degli avi, i loro miti, i costumi, la storia e persino un certo qual concetto di nazione, e di gloria nazionale, benché mai esistiti davvero (ogni tradizione è una tradizione inventata, per rubare un’espressione felice allo storico Eric Hobsbawm) sono stati un importante serbatoio di resistenza, durante i secoli della schiavitù. Ma ciò che è servito forse a resistere, come un’arma a doppio taglio, diventa poi un ostacolo per la creazione di un mondo radicalmente nuovo, un’altra autorità da disertare dunque, senza nostalgia: Césaire sa che ogni patria, perduta, immaginata, sognata, ogni nazione, coi propri miti fondativi, è principio di oppressione e di esclusione di coloro che, pur dividendo le stesse galee, non condividono le medesime tradizioni inventate. No, non siamo mai stai amazzoni del re Dahomey… e dunque, e ancora, marronerons, marronerons-nous?
Atene, V sec. a.C., circa

La città sta cambiando irreversibilmente, l’idea di una patrios politeia, e di una polis-culla della civiltà e della democrazia è ormai in crisi. Per alcuni inizia a farsi strada l’incontestabile certezza che le guerre persiane e la paura dei “barbari” siano state solo un alibi per la politica spregiudicata e imperialistica di Pericle, mirante in realtà alla mera egemonia sulle altre città greche. Tra loro Euripide, l’ultimo e il più oscuro, per biografia e critiche, dei grandi tragediografi greci. È Medea, una delle sue tragedie più note e ripercorse dalla letteratura e dal cinema nei secoli a venire, la seconda tappa del nostro viaggio immaginario fuori da ogni patria.

La storia è nota: Giasone, eroe greco, per riconquistare il trono di Corinto deve impossessarsi del vello d’oro, la pelle di un montone dalle virtù magiche custodito dal padre di Medea, re di una terra lontana. La donna si innamora follemente di lui, e travolta dalla passione, lo aiuta nell’impresa tradendo ogni affetto, inganna il padre, fa uccidere il fratello, e infine abbandona la sua terra e scappa con l’amato. Ben presto questi la tradirà: promesso sposo ad una donna più conveniente, perché greca, abbandonerà Medea, che sconvolta dalla rabbia non esiterà ad uccidere i figli avuti con lui, per darsi, infine, di nuovo alla fuga, sul carro del Sole, stavolta verso una destinazione sconosciuta.

Medea non è greca. È un’orientale che ha per parenti femmine pericolose almeno quanto lei (sua zia è la maga Circe, quella che trasformava gli uomini greci in porci ed altri prosaici animali). I suoi dei, i suoi costumi, i suoi sacrifici, persino i suoi sentimenti, così smodatamente eccentrici rispetto al “giusto mezzo” aristotelico, non sono quelli di Giasone. Essa è fin dal principio destinata, per questo, a subire il tradimento (6) (è il vecchio “mogli e buoi dei paesi tuoi”…) e a consumare la tragedia. Non può restare nella vecchia patria: per passione l’ha tradita, e tradito la famiglia. Di nuovo un viaggio, per mare. Ignoto e speranza. Poi la delusione. Infine, respinta dalla nuova patria, un’altra partenza. Apparentemente i Greci furono un popolo molto ospitale, di artisti e filosofi. Parlavano una lingua complessa e precisa. Talmente ospitali che la parola xenìa, cioè ospitalità, apparteneva alla medesima sfera semantica di xénos, straniero. Dunque straniero ed ospitalità come facce di una stessa medaglia. Avevano addirittura un emblema, un suggello materiale dell’ospitalità, il symbolon, da cui il nostro “simbolo”, dal verbo sum-ballo, “metto insieme”: si trattava di un coccio che il padrone di casa, alla partenza dell’ospite straniero, divideva in due parti, tenendone una per sé e l’altra donandola al viaggiatore;in questo modo, anche a distanza di anni, rincontrandosi, si sarebbero riconosciuti, facendo combaciare le proprie metà.

Già, peccato che xenoi, stranieri in questa accezione, fossero soltanto i greci di altre città. Agli stranieri per davvero, i non-Greci, era riservato un altro nome: barbaros. Questo derivava da un’onomatopea, cioè da una presa per il culo: alla lettera, il barbaro era quello che faceva bar bar, emetteva suoni ridicoli e incomprensibilmente lontani dall’aurea parlata ellenica.

Medea era una “barbara”, dunque, e non uno “xena”: nessuna ospitalità poteva essere riservata ai suoi modi così diversi, così stranieri. Euripide, il tragico che vive con disagio i mutamenti storici e sociali della propria città, in cui l’esaltazione patria e democratica prende le forme ambigue e “proto-mediatiche” della sofistica e dei processi per ateismo (7), e che non esita, anche lui, a disertare la patria negli ultimi anni della sua vita, accogliendo l’invito di Archelao, re di Macedonia, sa che non è ancora il tempo che la storia di una barbara possa finir bene….
Torino, intorno al 2 novembre, 2009

Avrei potuto anch’io citare Malatesta, quello lucidamente critico dell’ideologia della patria (e di ogni sua bandiera), che ben conosceva la pervasività a livello dell’immaginario di certi simboli, o quello straordinariamente problematico e meravigliosamente ironico del ’22….la gente vuole vivere il giorno della rivoluzione, ma pure il giorno dopo… Ma ho preferito non farlo. Qualcosa di irresistibilmente vicino allo spirito anarchico – se ne esiste uno – mi ha sempre reso insofferente nei confronti dell’autorità, fosse anche quella delle fonti “giuste”. Hanno sempre rappresentato, per me, un modo facile di chiudere la partita con gli interlocutori, un modo antipatico di definirsi più anarchici degli altri, ma soprattutto ho sempre trovato le fonti giuste (non in sé e per sé, beninteso, ma citate in un certo modo) terribilmente noiose. Noiose come tutti i padri, della patria, delle idee o delle Rivoluzioni (e anche di famiglia). I padri, quelli buoni, non vanno citati, ma traditi cioè, secondo la duplicità originaria del termine, tradotti. Nel presente, e preferibilmente senza troppe virgolette.

Ci sono cose che non sono mai cambiate nella sostanza pur nelle mille metamorfosi subite attraverso i secoli. Una di queste è la funzione dell’amor di patria, catalizzato dalla bandiera nazionale, almeno da quando hanno cominciato ad esistere gli Stati-nazione. Quando ho passato un pomeriggio intero a cercare la bandiera per poterla bruciare insieme il giorno della festa delle forze armate, e ho fatto fatica a trovarla, a tardo pomeriggio, in un posto sperduto all’estrema periferia della città, dove le strade cominciano a non essere più asfaltate, ho pensato che forse, negli italiani, di amor patrio ne era rimasto ben poco. La legge del mercato, della domanda e dell’offerta, sembrava non lasciare dubbi: pochi la chiedono, pochi la vendono.

Non è così. Di fronte alle crisi, le persone tornano ad aggrapparsi a un sentimento molte volte indistinto, talaltre apertamente razzista, di disagio, insofferenza, colpevolizzazione, demonizzazione dello straniero. Le fabbriche chiudono. È colpa della Cina e dei suoi tarocchi! Non c’è lavoro. È colpa degli immigrati, troppi! Le strade fanno schifo e non esco volentieri, la sera: sono i rumeni ubriachi e stupratori, o gli islamici, che appena si bevono una birra… Quando le cose vanno male improvvisamente ci sentiamo italiani, italiani contro qualcun altro (per la verità anche quando le cose vanno molto bene cioè ai Mondiali di calcio ma solo se la Nazionale vince). Nella disinformazione generale, e in un disinteresse spesso collettivo, ci dimentichiamo di tutto, anche di noi pochi decenni fa, di chi eravamo, e di quanto stranieri fossimo per gli altri. È la solita storia. Dell’amor di patria, e della sua bandiera, che serve a mascherare il principio di ogni governo: lo sfruttamento. Questo, da che Malatesta ne scrisse, non è mai cambiato. Se la mia fosse una lettera “giusta”, adesso dovrei aggiungere che lo Stato della bandiera bruciata stringe accordi con un dittatore africano per riprendersi gli immigrati che non vuole, e per metterli in sordidi lager ai margini del deserto dove, nati nell’anonimato, tornano per morire senza nome. Dovrei aggiungere che questo è lo Stato dei respingimenti al largo di Lampedusa – non gli scogli di Argo, o quelli lavici delle Antille, ma le spiagge del Salento – che questo è lo Stato che continua, nel XXI secolo, a mandare soldati in cerca del posto fisso a uccidere e depredare e violentare e, a volte, a farsi uccidere pure loro, per qualche euro in più a fine mese, e che sul supposto eroismo di questi supposti martiri da sempre imbastisce interessi e stringe accordi di tutt’altra natura. Che questo è lo Stato dei CIE, e che è stato fascista e poi, da un giorno all’altro, ha indossato vestiti democratici puliti senza nemmeno aver finito di lavarsi. Che è lo Stato delle Stragi dello Stato, e degli omicidi dello Stato. Ma la maggior parte di queste cose, che causano struggimento e rabbia, e che dobbiamo continuare a ricordare, ogni giorno, non distinguerebbero il mio da un discorso schiettamente democratico, forse anche, persino, onestamente liberale. E infatti, il punto, il cuore, non è in tutte queste cose: perché se per assurdo potesse esistere uno Stato “giusto” resterebbe anche allora, come tale, ingiusto, e inaccettabile. Non esiste una patria buona, perché non esiste un’identità collettiva, fissa, rigida, che debba valere per tutti, che sia buona. Essa è, immediatamente, falso principio di esclusione e di separazione. E falso perché, sotto i panni dei costumi, delle leggi, dell’amor patrio comune a certi e diverso da quello degli altri, resta la vera sostanza comune: che qualsiasi governo non è che lo strumento dei padroni, per asservire e depredare la “maggioranza laboriosa”, per gustare i frutti del lavoro altrui, sempre estorto, a maggior ragione quando non ce n’è o ce n’è poco. La patria continua, oggi, a dividerci. Ci sono galee italiane e galee africane, o cinesi, o indiane, o rumene. Ma sono galee, e sono catene.

E noi dobbiamo ancora spezzarle, e ancora prendere il largo. Anche questo è bruciare, nel 2009, la bandiera. Certo il gesto, da solo, non basta. Ma le persone che si sono trovate in piazza, quella sera, per come e quanto possono, battono le strade, i giorni e le notti, parlano con le persone, le più svariate, a volte è un mercato abusivo che vogliono sgomberare, a volte un giro sui bus, per avvisare delle retate ai danni dei clandestini con la complicità dei controllori, a volte sono riunioni lunghe, quando si è tutti stanchi, per decidere il da farsi. E allora quel gesto vale qualcosa, vale di più. Il rischio della deviazione riformistica è sempre in agguato. A volte sono le biografie private di ognuno di noi a mettercelo davanti, le difficoltà quotidiane, un po’ di stanchezza, un po’ di paura per sé e per il proprio futuro: ed ecco il rischio, pensare che si potrebbe anche continuare a pensare nello Stato, nella logica dello Stato, della patria, per migliorarla, da dentro.

Bruciare la bandiera ricorda da dove veniamo, e dove vogliamo andare, anche se spesso sembra la più lontana delle isole. E ci ricorda che ormai siamo in mezzo al mare, e stiamo nuotando, e non ci è più possibile, il “ritorno al paese natale”, e che non lo vorremmo, per ciò che è stato ma pure per ciò che sarebbe, anche se fosse un paese “buono”, sappiamo che “No, non siamo mai stati amazzoni del re Dahomey, né principi del Ghana con ottocento cammelli, né dottori a Timbuctu mentre era re Askia il Grande, né architetti di Djénné, né Madhis, né guerrieri”. E per quei molti, che provano ancora un certo confuso senso di sacralità, di fronte alla bandiera, una forma di feticismo, come un riflesso incondizionato, è’ la “voce del padrone” che, sinuosa come un’ideologia prende, tra le altre, ancora questa forma, per far dire, come allo schiavo di Césaire “Guardate, sono abbastanza umile?”.

Abbiamo ancora bisogno di fare molte cose. Forse anche troppe. Ma bruciare il tricolore è ancora una di queste, perché Noi non ci sentiamo sotto l’ascella il prurito di coloro che una volta tennero la lancia. E poiché ho giurato di non nasconder nulla della nostra storia, voglio confessare che siamo stati in ogni epoca lavatori di piatti abbastanza meschini, lustrascarpe senza importanza, nel migliore dei casi, stregoni abbastanza coscienziosi e il solo indiscutibile primato che abbiamo battuto è quello della resistenza alla frusta (8).
Un marrano.

Valentina

p.s. Va bene che non esiste il decalogo dell’anarchico perfetto, ma tra le cose che non si possono dire, perché non si possono nemmeno pensare, è che la denuncia per vilipendio sia “prevedibile”, qualcosa che ci si potrebbe “aspettare”. Bruciare una cosa, anche se è un simbolo, è, in questo paese, un reato penale, punibile fino a due anni. A volte più che far male ad un essere umano. Non è violento, questo, non è stupido?
Note

  1. Aimée Césaire fu un intellettuale martinicano. Una delle sue opere più influenti, il Cahier cui faccio qui riferimento, cominciato a scrivere nel 1935, fu rifiutato da diverse case editrici, prima della pubblicazione. Abbandonata Parigi per la Martinica si dedica all’insegnamento in un liceo locale, e Frantz Fanon sarà uno dei suoi allievi. Egli rappresenta l’ala più radicale, creativa e surrealista della négritude, termine da lui stesso inventato per battezzare la nascita di un movimento d’emancipazione culturale e politica dal colonialismo. Nel 1956, a causa di profondi ed insanabili contrasti sulla politica coloniale e non solo, esce dal Partito Comunista. La sua opera resta ancora oggi, in Italia, da leggere e scoprire.
  2. Michel Foucault, in Micfrofisica del potere, “Nietzsche, la genealogia, la storia”, Einaudi, Torino 1977.
  3. Geertz Clifford, I frutti puri impazziscono. Etnografia, letteratura e arte nel XX secolo, Bollati Boringhieri, Torino 1999.
  4. Aimée Césaire, Diario di un ritorno al paese natale, Jaca Book, Milano 1978 (orig. Cahier d’un retour au pays natal, ed. Présence Africaine, Paris 1956).
  5. Op.cit.
  6. Di mirabile modernità i versi dal 536 al 544, in cui Euripide, apertamente schierato dalla parte dell’infanticida straniera, mostra l’arroganza “elleno centrica” di Giasone, che rinfaccia all’amante di averla strappata ad una terra barbara per portarla nella civiltà…
  7. Tra gli altri, il grande filosofo pre-socratico Anassagora era stato condannato per ateismo al rogo delle sue opere.
  8. Op.cit.

l’opinione di… Andrea Papi
 
Il rispetto delle differenze

Condivido pienamente l’articolo di Ferro.

Aggiungerei soltanto che le bandiere, come tutti i simboli, hanno più significati. Per esempio il tricolore è usato anche dai partigiani. In più è un simbolo del Risorgimento, quindi in origine nacque come simbolo di rivendicazione di libertà dall’occupazione straniera. Bruciarlo non vuol dire, come stupidamente s’illudono i bruciatori di bandiere, dispregio alle forze armate, ma rinnegamento di tutta una storia molto complessa e piena di significati contradditori e ambigui. Lo stesso vale per qualsiasi bandiera nazionale, compresa quella d’Israele e quella palestinese, ecc..

Fra l’altro la bandiera rappresenta la nazione, cioè l’identità del popolo, non lo stato che la fa sua. Bruciare la bandiera, che lo si voglia o no, rappresenta un disprezzo verso dei sentimenti, criticabili finché si vuole, ma componenti degli individui che vi si riconoscono, non un rinnegamento di istituzioni. E gli anarchici hanno sempre rispettato i sentimenti, anche quelli che contrastavano, proprio in nome del rispetto delle differenze. Per questo è una pratica che in tempi recenti cominciò ad essere usata dagli autoritari di destra e di sinistra, in particolare stalinisti e fascisti, cioè da chi vuole eliminare le bandiere degli altri per poi imporre le sue con la forza.

Non credo sia possibile annoverarla tra le pratiche di protesta anarchica, anche se ci sono, oggi, diversi che si autodefiniscono anarchici, com’è nel loro diritto (anche se c’è anche il diritto di sottolinearne l’incoerenza da parte di altri che si considerano anarchici, com’è per esempio il mio caso e quello di Ferro), che scimmiottano questa pratica autoritaria illudendosi, penso, di essere dei duri e puri della lotta contro il potere.

Andrea Papi

l’opinione di… Carlo Oliva
 
Un simbolo ambiguo

Il tricolore italiano, a pensarci, è uno strano oggetto. Nasce come simbolo di indipendenza, ma sul modello della bandiera di una potenza occupante. Viene riesumato dopo la Restaurazione come vessillo repubblicano e rivoluzionario, ma è adottato da un re in cerca di gloria dinastica e diventa presto l’emblema della monarchia. Ha sventolato sulle barricate e alla testa degli eserciti mandati a rimuoverle, per reprimere i moti degli operai e le rivolte dei popoli. È stato, in altre parole, simbolo insieme degli oppressi e degli oppressori. Se ha incarnato qualche caratteristica tipicamente italiana, sono state soprattutto quelle dell’ambiguità ideologica e dell’opportunismo, e in questo senso molti – troppi – dei nostri concittadini vi ci possono riconoscere.

Certo, è possibile che qualcuno, oggi, a quella bandiera sia sinceramente affezionato e si senta offeso quando la vede oggetto di oltraggi e vilipendi. In segno di rispetto della sua buona fede, sarebbe forse conveniente non darla alle fiamme. Io, probabilmente, mi sentirei a disagio a partecipare a un’azione del genere, anche per paura di venire confuso con leghisti o consimili ceffi, ma è anche vero che ormai sono anziano e dalle manifestazioni che non siano puramente verbali mi tengo alla larga. E poi temo che il principio non possa avere un valore assoluto né essere assunto come norma di comportamento generale, a meno di non voler ricadere nell‘opportunismo di cui si diceva. Se si vuole manifestare in pubblico un qualsiasi valore, bisogna rassegnarsi a dispiacere a chi non lo condivide. Dopotutto, esistono fascisti in buona fede, clericali in buona fede, militaristi in buona fede e via andare e il rispetto sempre dovuto alle persone non si estende di necessità ai simboli che inalberano. Da questo punto di vista, anzi, è sempre meglio bruciare un simbolo che rompere una testa. Si correrà il rischio, magari, di venire fraintesi e di veder strumentalizzati i propri gesti, ma sono rischi, questi, che non sempre è possibile evitare.

In fondo, che quella bandiera, che noi non abbiamo scelto, ma ci è stata imposta dagli eventi, rappresenti anche noi, in quanto componente coesa della comunità nazionale, è un’ipotesi tutta da dimostrare. Personalmente, non sopporto le bandiere neanche allo stadio, figuriamoci alle parate militari e sulle caserme. Il che non vuol essere, intendiamoci, un invito a metter mano a benzina e cerini: di ogni gesto va valutata l’opportunità tattica, la convenienza caso per caso. Ma questo è un altro discorso.

Carlo Oliva

l’opinione di… Tobia Imperato
 
La ricerca del piacere

“P erché ci sputo sopra alla bandiera sputo sopra all’Italia tutta ‘ntera” (1)

“Sin da bambini ci viene detto che quella bandiera rappresenta gli italiani. Perché il sentimento nazionale non significa più, per la maggioranza dei cittadini, ostilità nei confronti delle altre nazioni: il tricolore è semplicemente – anche se stupidamente – un simbolo di identità”.

Non so che farmene di questa identità, rappresenta solo truppe d’occupazione carabinieri e bombardieri.

Il tricolore in verità, dopo la nascita della repubblica, non è mai stato un simbolo amato dall’italiano medio, che solitamente se ne sbatteva e non portava mai la mano sul cuore nell’udire l’inno di Mameli. Solo con l’avvento al governo dei post-fascisti aggregati al carrozzone berlusconiano ci sono stati reiterati tentativi di rilancio del sentimento nazionale. Come fa fede la vergognosa campagna pubblicitaria “Grazie ragazzi!” indetta in occasione dell’ultimo 4 novembre dal ministro della difesa fascista La Russa.

Non comprendo quindi – nemmeno da un punto di vista meramente utilitaristico (inimicarsi la simpatia del pubblico) – il motivo della presa di posizione di Daniele, quando in realtà a provare emozione per il tricolore non è “la gente” ma solo una minoranza patriottica, molto distante da ogni idea di libertà ed emancipazione.

Non ho partecipato, per motivi di lavoro, alla bella iniziativa della FAI torinese, anche se ho al mio attivo militante almeno un pubblico rogo di tricolore. È logico quindi che condivida pienamente e consapevolmente questo tipo di azioni.

Trovo veramente stupefacente (O tempora! O mores!) dover dibattere su un foglio anarchico un simile argomento per me scontato (se sia lecito o meno per degli anarchici dare alle fiamme una bandiera nazionale) soprattutto con un giovane di 25 anni, età in cui si dovrebbe veramente fare fuoco e fiamme o, come diceva Bakunin, avere il diavolo in corpo.

Mi sembra di capire che quello che angustia Daniele non sia un problema etico, bensì di errata comunicazione all’esterno.

Legittimo, anche se, a mio parere, molto male impostato.

Prima di tutto vorrei sgombrare il campo da equivoci e ambiguità. Che c’entrano la violenza e le bombe con uno straccio bruciato?

Non esiste alcuna correlazione tra violenza (che si compie sugli esseri viventi) e atti dimostrativi (che si compiono su oggetti inanimati). Sebbene nella nostra storia vi siano stati anarchici non-violenti (molto pochi) non mi risulta che vi siano mai stati anarchici non-brucianti.

Lo stesso Daniele si rende conto di averla sparata un po’ grossa, tanto da cercare di giustificarsi:

E allora proviamo a smettere i panni degli anarchici e ad indossare quelli del cittadino “qualunque”. Come considereremmo quel gesto? Probabilmente penseremmo che è il sintomo di una volontà di violenza. Come molti, poveretti, credono ancora che fumando una canna si finisca col bucarsi d’eroina, così bruciare la bandiera potrebbe essere considerato il primo passo per attentare alle istituzioni”.

Siccome qualcuno, poveretto, crede che fare sesso faccia male alla vista, gli anarchici dovrebbero astenersene?

Siccome qualcuno, poveretto, crede nel paradiso dopo la morte, gli anarchici dovrebbero andare in chiesa a pregare?

Siccome qualcuno, poveretto, crede che si possa cambiare la società con una crocetta su una scheda, gli anarchici dovrebbero votare?

Siccome qualcuno, poveretto, crede che la polizia difenda i cittadini, gli anarchici dovrebbero amarla?

Siccome qualcuno, poveretto, crede che ci siano guerre giuste, gli anarchici dovrebbero sostenerle?

Siccome qualcuno, poveretto, crede che zingari e immigrati creino insicurezza, gli anarchici dovrebbero arruolarsi nelle ronde padane?

Come si vede questo ragionamento (il sentire comune della gente) non ci può portare da nessuna parte.

E non ho nessuna intenzione di “smettere i panni degli anarchici e ad indossare quelli del cittadino “qualunque” perché, come diceva Benjamin Pèret, “Je ne mange pas de ce pain-la” (2).

Ma quello che preme a Daniele è che simili azioni possano intaccare l’immagine degli anarchici quali bravi ragazzi, per bene, educati, che aiutano le vecchine ad attraversare la strada…

Se la gente ci pensasse così allora sì che, sempre secondo Daniele, saremmo milioni e milioni e non quattro gatti.

Gli anarchici, come il resto degli abitanti del pianeta, sono essere umani con diversità di temperamento e comportamenti infinita e, in ogni caso, maggiore a quella di ogni altro raggruppamento politico. Logico, visto che la loro teoria si fonda sulla libertà quale valore principale.

Non esiste non è mai esistito e mai esisterà – per fortuna – un comportamento unico e omologato nel vivere e praticare l’anarchismo. Da sempre questo è lasciato alla sensibilità di individui e gruppi.

Se Daniele (e coloro che la pensano come lui) giudica sconveniente bruciare bandiere è libero di agire secondo coscienza, ma questo non significa che tutti gli anarchici ci si debbano uniformare.

Ovviamente, gli anarchici non avendo leggi e regolamenti, si affidano al dibattito delle idee per affinare strategie e codici comportamentali, che non diventano mai un dogma per tutti ma sono riconosciuti come tali solo da chi li ha liberamente accettati.

Per questo motivo accolgo la “provocazione” di Daniele, confutando il suo modo di vedere.

Se qualcuno mi dice che anarchia è merda, è come se mi stesse dando un pugno. E così accade per chi, in buona fede (non facciamo quelli che considerano i non anarchici degli idioti) prova affezione per il tricolore”.

Caro Daniele, non puoi mettere sullo stesso piano l’ideale anarchico e la retorica patriottarda. Sono due elementi tra loro incommensurabili.

Ricordo un episodio che lessi in gioventù e che mi è rimasto impresso, anche se non ne rammento la fonte esatta. Primi anni del secolo, Parigi, cimitero di Père Lachise, immensa manifestazione popolare per ricordare i morti della Comune. La polizia vuole impedire l’ingresso della bandiera nera. Gli anarchici si scontrano con le vaches (come venivano dispregiamente definiti gli sbirri) per passare nonostante il divieto. Ci riescono. E quando finalmente il nero vessillo varca la soglia del cimitero, viene gettato al suolo e tutto il corteo ci passa sopra allegramente.

Questo è uno splendido esempio di azione anarchica. Pronti a battersi per difendere la propria bandiera e pronti nel medesimo tempo a calpestarla per affermare il principio che per gli anarchici nulla è sacro, nemmeno i propri simboli. “Troverò sempre abbastanza persone disposte ad associarsi con me senza prestare giuramento alla mia bandiera (Max Stirner)”.

Come puoi vedere, caro Daniele, se anche noi anarchici abbiamo una bandiera, per noi è solo un drappo che ci distingue dagli altri, serve solo a farci riconoscere, ma resta semplicemente quello che è: un pezzo di stoffa senza altri significati che trascendano l’aspetto identificativo (3).

“Se qualcuno mi dice che anarchia è merda” non me ne importa il classico fico secco, ma sono disposto a rischiare il carcere pur di poter sempre gridare a voce alta Viva l’anarchia.

L’azione degli anarchici non è mai messianesimo ed evangelizzazione, altrimenti saremmo simili ai Testimoni di Geova (e ugualmente insopportabili).

È vero, si fa la cosiddetta propaganda per far conoscere all’esterno le nostre idee nella speranza di riuscire a raggiungere la coscienza di persone che al momento anarchiche non sono.

Ma se l’impegno anarchico si riducesse a questo sarebbe solamente una noiosa routine, priva di gratificazioni.

Una componente, spesso trascurata, dell’azione anarchica è la ricerca del piacere, qui e ora. Piacere che si può trarre dalla consapevolezza di non essere in alcuna misura complici dei misfatti del potere, dal vivere una vita diversa improntata sui valori della libertà e dell’uguaglianza, dai rapporti con i compagni basati su parametri all’opposto di quelli della società del dominio e dello sfruttamento, nel fare un giornale un manifesto o un volantino, nell’organizzare un evento (assemblea, manifestazione, conferenza, comizio, concerto o festa) e soprattutto – cosa paventata da Daniele – nell’attacco alle istituzioni. Attacco che non è necessariamente violento (anche se non è da escludere) ma a volte molto più penetrante perché va colpire proprio lì dove il potere cerca di incalanare il sentire della gente per impedire una presa di coscienza generale: la retorica patriottica, l’oscurantismo religioso, l’acquiescenza totale ai valori dominanti.

Ed è quindi proprio in queste situazioni che lo sberleffo anarchico si fa sentire. Alla faccia di tutti i nemici della libertà.

Daniele si preoccupa per un’innocente fuocherello, ma sappiamo fare di peggio. Edoardo Massari, il giovane anarchico eporediese morto suicida in carcere nel 1998, durante un’occupazione simbolica del municipio di Caluso, col tricolore ci si era pulito il culo (4). A Torino, tempo fa, ignoti “travailleurs de la nuit” libertari si sono divertiti a segare alcune teste brunzute del recente monumento ai caduti di Nassirya facendo infuriare Digos, ROS e autorità varie (5). Fantasia contro il potere.

Non basta esporre al balcone una bandiera arcobaleno per contrastare la guerra, ogni tanto serve dare qualche sussulto alle acque stagnanti di una contestazione ormai rassegnata. Ben vengano quindi queste azioni. Che il tricolore bruci in ogni piazza!

Questo non significa considerare “i non anarchici degli idioti”. Ma nemmeno uniformarsi alla canea urlante dei servi di ogni colore. Né servi né padroni.

Anche con le azioni esemplari si fa comunicazione, non solo con lo scritto. Il fascino della rivolta è un potente stimolante in grado di coinvolgere e far riflettere chi non è stato completamente lobotomizzato dai media.

Un’ultima cosa. Daniele scrive: “Oppure crediamo che l’anarchia sia l’evoluzione dell’umanità, ma che questa evoluzione vada raggiunta sulla continua spinta di chi anarchico ed anarchica lo è già?

Ti devo contraddire. Anche se in passato è stato teorizzato, l’anarchia non è un’evoluzione dell’umanità. Non mi risulta che sino ad oggi vi siano stati progressi in questa direzione. L’anarchia è frutto di una libera scelta degli individui (6).

Vi sono momenti storici alti (come nel secolo passato è avvenuto in Spagna) in cui le idee anarchiche si sposano con la volontà generale. E in questo caso gli anarchici sono in grado di dare una lezione al mondo (7).

Non è colpa degli anarchici (e tanto meno dei loro atti) se la gente non si avvicina al nostro movimento. È che i nostri poveri e deboli strumenti di comunicazione non riescono a raggiungere un’umanità sempre più isolata (non esistono praticamente più luoghi d’aggregazione popolare) tesa – per quanto riguarda i paesi industrializzati – solo al soddisfacimento di inutili consumi.

Ma non disperare, Daniele. La storia può riservare delle sorprese e gli anarchici saranno sempre al posto che loro compete. Per adesso, godiamoci la ribellione.

Tobia Imperato

Note

  1. Da “E anche al mi’ marito tocca andare”, canzone popolare toscana dell’epoca della prima guerra mondiale.
  2. Cfr. Benjamin Péret, Non ne mangio di quel pane, Edizioni Gratis, Firenze, 1993.
  3. Questo non vuol dire che non mi piacciano le bandiere nere o rosso-nere (come quelle che compaiono nel bellissimo inserto pubblicato sul n. 337 della rivista Orgoglio e amore: bandiere anarchiche) ciò che intendo ribadire è che la bandiera anarchica, pur essendo un ottimo documento della passione libertaria, non presenta mai il connotato di sacralità che invece è attribuito alle bandiere nazionali attraverso ridicole cerimonie, quali alzabandiera tutti sull’attenti e stronzate del genere.
  4. Cfr. Tobia Imperato, Le scarpe dei suicidi, Ed. Fenix, Torino, 2003, pp. 118-119.
  5. Cfr. http://torino.repubblica.it/multimedia/home/7348824.
  6. “Anarchico è il pensiero e verso l’anarchia va la storia”, il celebre aforisma del repubblicano Giovanni Bovio, ha incontrato per molto tempo il favore degli anarchici. Lo stesso pensiero kropotkiniano, influenzato dal positivismo scientifico dell’epoca, si basa su questo determinismo. In controtendenza con la sua epoca Errico Malatesta ha sempre combattuto tale teoria, opponendole il volontarismo. Non un processo storico ma solo la volontà degli individui potranno realizzare l’utopia libertaria. La concezione malatestiana è ormai universalmente condivisa dagli anarchici odierni.
  7. “In un’intervista del 1999 Concha Liaño , che durante la guerra civile aveva fatto parte del gruppo Mujeres Libres, alla domanda se fosse valsa la pena di aver fatto la rivoluzione, rispose in lacrime: Io ti dico di sì. Abbiamo dato una lezione al mondo. Gli abbiamo dimostrato che si può vivere in collettività, mettendo in comune tutto quello che c’è. Che potevamo educare in piena libertà, senza castighi, i nostri figli, che potevamo godere della natura e istruirci nella cultura. Io ti dico di sì, lo abbiamo fatto per poco tempo, però abbiamo dato una lezione al mondo”, Enrico Acciai, La fine dell’utopia. Auge e crisi dell’anarcosindacalismo spagnolo, QF Quaderni di Farestoria, a. IX, n. 3, settembre/dicembre 2007, Pistoia, p. 24.

Torino presidio contro casa Pound

6 Febbraio 2010
NESSUNO SPAZIO A NEOFASCISTI, SESSISTI E RAZZISTI!
NESSUNO SPAZIO AL REVISIONISMO!

Antifascist* Torino

——–

DOMENICA 7 FEBBRAIO 2010
ORE 17.00 PIAZZA CIRENE (via Pietro Cossa ang. Via Pianezza)
PRESIDIO ANTIFASCISTA

Piazza Cirene
10151 Torino

ATTENZIONE! BLOCCO DEL TRAFFICO! NIENTE AUTO
BUS CHE ARRIVANO IN ZONA: DA PORTA SUSA LINEA 59
DA CORSO TASSONI/MARTINETTO, LINEA 32 DIREZIONE ALPIGNANO
ALTRO BUS LINEA 62

ASSEMBLEA TORINO SQUATTERS/CENA BELLAVITA @ BAROCCHIO SQUAT

3 Febbraio 2010


Giovedì 4 Febbraio 2010

ORE 19:00 PUNTUALI

Assemblea Torino Squatters
Si discuterà delle varie iniziative,
dentro e fuori le case occupate.
A seguire
Cena Bellavita:
Senza Soldi
Senza Clienti
Nessuno ti verrà a servire.
Porta le bevande ed il cibo che vorrai cucinare nella nuovissima Cucina allargata del Barocchio Squat.

Barocchio Squat Garden
Strada del
Barocchio 27 Grugliasco To

http://www.infoaut.org/img/gallery/immagine-1-4afc4660598fb.png


ad ovest di Torino, nei pressi di C.so Allamano.
se si arriva dal centro Città:
bus da Piazza Castello 55 & 56
Da Porta Nuova
Linea Tram 4 arrivati allo stadio Olimpico prendere il 17 o 17/
Da Porta Susa:
Linea Tram 10 direzione Stadio Olimpico
scendere alla fermata Sebastopoli-Stadio Olimpico e a destra su corso Sebastopoli c’è la Fernmata 17 & 17/ direzione Rivoli, scendere alla Fermata dei vigili del Fuoco.
altri bus 44 da collegno
bus da Piazza Carducci: 17, 17 barr & 66
Da collegno e Grugliasco Centro Bus 44

 Tuttosquat - Il giornale malandrino degli squatter di torino
Related Link: http://tuttosquat.net/

Collegno: Assemblea popolare Notav | Aperitivo

2 Febbraio 2010

Mercoledì tre Febbraio 010

dalle 17:00 Ritrovo
Ore 18:00
Assemblea  informativa e assemblea popolare NoTav a Collegno
Ore 19:00 Aperitivo, in condivisione. Senza soldi, tutti portano qualcosa.

via Eritrea angolo corso
Francia (davanti al palazzo degli oblò, Fermata Metrò “Marche”).

Portate qualcosa da mangiare e da bere da condividere con gli altri.

A cura di Torino e cintura sarà dura. No Tav No Trivelle!

Di seguito un testo di informazione che stiamo distribuendo:

Negli ultimi quindici giorni i No Tav dato vita a presidi, bloccato treni
e autostrade, fatto informazione e contrastato i sondaggi per la nuova
linea ad alta velocità tra Torino/Lyon.
Da Torino alla Val Susa si sono moltiplicate, giorno dopo giorno, notte
dopo notte, le iniziative di lotta, che hanno coinvolto migliaia e migliaia
di persone. Al corteo del 23 gennaio a Susa hanno partecipato 40.000
persone.
Le trivelle le hanno piazzate di notte, impiegando centinaia di uomini in
armi, spesso in luoghi degradati e inaccessibili come la discarica di
Torino. Ogni volta hanno incontrato resistenza.
I media hanno gridato vittoria ma in valle come a Torino abbiamo
dimostrato che le uniche ragioni dei si tav sono quelle della forza e, con
la forza bruta, la militarizzazione di intere città e paesi, l’imposizione
con blindati e manganelli, non faranno molta strada.
Se per fare un buchetto devono impiegare 1000 uomini in armi gli servirà
l’esercito per impiantare i primi cantieri.
Intorno ai fuochi dei presidi di Susa, S. Antoninino, Condove, Chiusa,
Collegno, Torino, Venaria sono passate centinaia di persone. Ogni sera
abbiamo condiviso il cibo e discusso in lunghe assemblee e in piccoli
gruppi.
Quattro anni sono bastati ad incrinare il fronte istituzionale, dove le
sirene del potere, del denaro e del prestigio suonano più forti, ma non
hanno intaccato un movimento che vive della consapevolezza che velocità,
crescita, progresso sono miti utili solo ad aumentare i profitti di chi,
ogni giorno, lucra sulle nostre vite, portandosi via, la vita e la salute
di chi, per campare, deve lavorare. I signori del cemento e del tondino e i
politici, di destra e di sinistra che li sostengono.
Non manca chi, a caccia di voti, si converte all’opposizione al
supertreno.
Sono seduzioni che incantano pochi.
In questi giorni, ancora una volta – fuori dai giochi della politica che
delega ai palazzi – il movimento popolare è stato ed è protagonista di una
resistenza che cresce, giorno dopo giorno, notte dopo notte, nella pratica
della relazione e del confronto, nella scelta del blocco e della
comunicazione diretta con tutti.

Oggi come nel 2005 un popolo che resiste, passo dopo passo, vince.
Sarà dura ma ce la faremo.

Molti credono che il TAV sia solo un affare valsusino ma sbagliano. Il Tav
attraverserà la città, taglierà in due la tangenziale, demolirà case. Ci
aspettano decenni di cantieri e di disagi, per far guadagnare i soliti
noti. Gli stessi che hanno distrutto le falde acquifere per fare le
gallerie Tav in Mugello, gli stessi della eterna Salerno/Reggio Calabria,
gli stessi che all’Aquila hanno costruito un ospedale, nuovo,
“antisismico”, che si è polverizzato alla prima scossa di terremoto.
Cagnardi, l’architetto che ha preparato il progetto per Torino, ha
chiamato “birillo” una casa ad otto piani sul percorso. Nei tanti “birilli”
che il Tav incontrerà sulla sua strada, ci abitano uomini, donne e bambini,
gente che magari ha fatto fatica a mettere insieme i soldi per una casa che
verrà espropriata a basso costo. Quelli cui la casa non la tireranno giù,
il Tav se lo vedranno (e sentiranno) sfrecciare sotto il naso.

Ma a noi, alla nostra vita, serve tutto questo?
I dati, confermati anche dai tecnici governativi, dicono di no. Una linea
che collega Torino alla Francia c’è già ed è sotto utilizzata: ogni giorno
ci passano 78 treni e ne potrebbero passare 210 prima che la linea si
saturi e il faraonico scalo intermodale di Orbassano è utilizzato ad 1/3
della sua potenzialità.

Sulla Torino Lione i privati non hanno investito un euro, ma i costruttori
si preparano ad incassarne milioni. Soldi pubblici, presi dalle nostre
tasche.

Nel 2005 le barricate hanno fermato il Tav: i politici gli hanno riaperto
la strada.
Fermarli è possibile. Tocca a ciascuno di noi farlo.

Per info:
No Tav Autogestione
notav_autogestione@yahoo.it
338 6594361

distrutto presidio notav di Bruzolo

1 Febbraio 2010

31 gennaio 2010
Hanno incendiato il presidio di Bruzolo e questa volta sono riusciti a distruggerlo.
Questa sera, domenica 31/1/2010 un po’ prima delle 22, hanno incendiato il presidio di Bruzolo dall’interno. Questa volta sono riusciti a distruggerlo.
Appuntamento domani (lunedì) alle 18 al presidio di Susa per informarsi, capirne di più e raccogliere idee e proposte.

http://www.youtube.com/watch?v=7vXYc5X5U8Y

Torino - Contro ogni sgombero, no alla militarizzazione delle città

31 Gennaio 2010

Torino Gennaio 010
Durante l’ultimo mese abbiamo assistito a una sempre più pesante
militarizzazione delle nostre strade. Migliaia fra carabinieri, poliziotti,
finanzieri e rappresentanti di ogni corpo delle forze dell’ordine sono
stati mandati a Torino dal governo per permettere agli affaristi della TAV
di eseguire le trivellazioni e i sondaggi che suppostamente dovrebbero
garantire la democratica sostenibilità dell’opera.
Nonostante il silenzio complice dei giornalisti, ogni sondaggio è stato
accompagnato da presidi e proteste di ogni tipo, che andavano dalla
presenza di famiglie, lavoratori e cittadini preoccupati a tentativi di
sabotaggio e blocco dei lavori (in certi casi anche riuscito).
Sabato 23 gennaio, dopo la partecipatissima manifestazione a Susa, in
sfregio a questo clima di sempre più pesante repressione è stato rioccupato
il Velena Squat, sgomberato ad ottobre dopo 8 mesi di vita e iniziative.
Lunedì alle 10 del mattino uno spropositato gruppo di forze dell’ordine si
presenta per sgomberare il posto; i compagni riescono a salire sul tetto,
ma gli ispettori della digos, dopo avergli rotto le tegole sotto i piedi
rischiando di farli cadere, li convincono a scendere. I pompieri che
assistono alla scena si rifiutano di intervenire e se ne vanno.
Martedì mattina in segno di protesta vengono fatti due blocchi stradali
incendiari. I giornali di regime tacciono, la polizia stradale nega di aver
ricevuto segnalazioni, ma chi passava di là se n’è accorto…
Giovedì mattina viene sgomberata la Boccia Squat, uno stabile occupato per
20 anni da varie realtà, venduto dal comune per fare cassa. Uno spazio
verde e di incontro per il quartiere ora regalato alla speculazione dei
palazzinari. Dopo 2 anni di squat, feste, dibattiti e incontri resteranno
solo macerie.
Venerdì mattina terza puntata dello show elettoral-repressivo: è la volta
dell’Ostile di corso Vercelli 32, rioccupato anch’esso da qualche
settimana. Questa volta per garantire la riuscita dell’azione vengono
mobilitate una sessantina di camionette e blindati che bloccano l’intero
isolato dello stabile per tutto il giorno impedendo a chiunque di
avvicinarsi e di portare solidarietà agli occupanti.
Un gruppo di solidali invade pacificamente il comitato elettorale di
madama Bresso per chiedere l’immediato rilascio degli occupanti che erano
stati trasferiti in questura. Il servizio d’ordine del PD è più solerte
degli sbirri, e provvede punire con manganelli telescopici e spray
urticante chi aveva osato turbare la quiete della loro democrazia. I
picchiatori, prontamente difesi dalla digos, se ne vanno indisturbati
mentre 12 facinorosi anarchici vengono portati in questura e rilasciati
solo a tarda notte con pesanti denunce e fogli di via.
Un gruppo di instancabili amanti della libertà trova ancora la forza di
tentare un presidio e corteo informativo nelle vicinanze dell’Ostile. La
situazione è grottesca: centinaia di poliziotti, carabinieri, finanzieri in
assetto antisommossa accerchiano una cinquantina di anarchici armati solo
di megafono. Evidentemente hanno davvero tanta paura delle nostre idee.
Nonostante la repressione, la violenza, i metodi fascisti messi in scena
dal governo e dal comune, la censura e le falsità diffuse dai mezzi di
informazione, ci trovate oggi qua a festeggiare i 15 anni di occupazione
dell’Asilo squat. Sarà una risata che vi seppellirà…
Potete toglierci le mura ma non ci toglierete mai le nostre idee!

lostile è stato sgomberato

29 Gennaio 2010

ORE 12:30 arriva la polizia in assetto antisommossa.

aggiornamento da Radio Blackout ore 12:15

in questo momento è stato occupato il comitato elettorale della Bresso da una trentina di solidali, sito in piazza palazzo di città . La polizia in borghese è intervenuta violentemente e un compagno è stato brutalmente picchiato. Ci sono macchie di sangue sulla vetrina del comitato elettorale.

alle 12e20, la polizia tenta di entrare nel comitato, benchè i compagni non si sono affatto barricati dentro.

Aggiornamento pochi minuti dopo, sempre da una diretta radiofonica, sembra che non siano poliziotti, ma militanti del servizio d’ordine del PD, poi smentita.

I compagni chiedono il rilascio degli occupanti in stato di fermo, da questa mattina all’alba, presso il commissariato di via Tirreno.

venerdì 29 gennaio 010
questa mattina, all’alba è stato sgomberato Lostile di corso Vercelli, 32 .
La zona è stata completamente militarizzata in un raggio di centinaia di metri, in  modo che nessuno sì è potuto avvicinare alla casa. .
La situazione è in continua evoluzione, di ora in ora
ascolta Radio Blackout Torino 105.250 F.M
apprendiamo dall’ Info radio che alle ore 11:45 del mattino  
i SEI occupanti sono ancora  nel commissariato di polizia in via Tirreno.
QUESTA SERA, VENERDI’ 29/1 ORE 18:30 GANCIO CORSO GIULIO CESARE/CORSO BRESCIA.

Per aggiornamenti  web visita questo sito

oppure
INFORMA-AZIONE
e
Features - Indymedia piemonte

Collegno: assemblea popolare Notav

28 Gennaio 2010

Mercoledì tre Febbraio 010

dalle 17 Ritrovo


Ore 18:00
Assemblea  informativa e assemblea popolare NoTav a Collegno
Ore 19:00 Aperitivo, in condivisione. Senza soldi, tutti portano qualcosa.

via Eritrea angolo corso
Francia (davanti al palazzo degli oblò, Fermata Metrò “Marche”).


merc 27 assemblea popolare Presidio Notav

27 Gennaio 2010

Oggi, Mercoledì 27/1/010 dalle 17 alle 23, era previsto un presidio con assemblea popolare
in via Eritrea angolo corso Francia – altro luogo dove sono attese le
rivelle.

Si sposta tutto a Venaria Reale, dove il presidio NoTav resisterà ad oltranza,

perciò serve legna…

Faremo una cena in condivisione, perciò porta anche Tu qualcosa da bere caldo e da mangiare 

Via Gaetano Amati
10078 Venaria Reale TO

(in questa via transita il Bus 11 che passa da porta Nuova, Porta Palazzo, Radio Blackout)

Venaria No Tav. Presidio alla trivella. Cronaca della giornata

27 Gennaio 2010

Venaria No Tav. Presidio alla trivella. Cronaca della giornata

In via Amati a Venaria la trivella è arrivata nel tardo pomeriggio del 26
gennaio. Siamo in una zona di grandi palazzi stesi lungo la tangenziale,
fiancheggiati da tralicci dell’alta tensione. Qui l’opposizione al Tav si
legge nelle bandiere appese a qualche balcone.
Nel prato di fronte alla trivella ci siamo trovati in tanti: No Tav che si
sono fatti tutti i presidi e gente di Venaria preoccupata per il proprio
futuro, in questa periferia stesa tra la città e il niente delle auto in
corsa oltre la barriera antirumore.
La trivella è difesa dal consueto nugolo di poliziotti, carabinieri e
finanzieri in assetto antisommossa.
Nel tardo pomeriggio una cinquantina di No Tav armati di bandiere e
striscioni fronteggia nel prato la polizia. Parte il solito tam tam e
presto siamo molti di più. Bidoni, legna, qualcosa da mangiare.
Un camion della ditta Icardi con a bordo i fari per illuminare la trivella
viene bloccato in strada dai manifestanti.
Comincia a nevicare.
Dai palazzi vicini arriva qualcosa di caldo da bere: lo portano alcuni
anziani solidali con la lotta. All’assemblea che segue forte è la volontà
di contrastare il sondaggio, di mettere i bastoni tra le ruote a chi
pretende di imporre con la forza un’opera inutile e dannosa.
In serata arriva anche il sindaco Pollari, che si esibisce in complesse
acrobazie per acquisire consensi, ma convince poco. Si dice contrario al
Tav in Val Susa ma possibilista su una nuova linea a Venaria. Un colpo al
cerchio – i cittadini di Venaria che presidiano la trivella – e un colpo
alla botte – il suo partito, il PD, schierato su posizioni si tav.
Ma ormai le sirene della politica istituzionale non incantano più nessuno
e tanti sanno che fermare il Tav tocca a ciascuno di noi.
A quest’indirizzo qualche foto:
http://piemonte.indymedia.org/article/7267
Al termine dell’assemblea i più si danno appuntamento per domani mattina,
ma un gruppo di No Tav decide di rimanere comunque a presidiare la zona.
Intorno alle 2 e mezza arriva un camion con i gabinetti chimici. Persino i
cessi sono obbligati a portarli di notte, per evitare blocchi e proteste.
La polizia piazza un paio di blindati e circonda i compagni.
Pare vogliano spostare di qualche metro la trivella, per allontanarla
dall’asilo adiacente al prato.
Continua a nevicare ma la voglia di resistere è più forte.
Chi può, stanotte o domani mattina molto presto, vada in via Amati.
Oggi, Mercoledì 27Gennaio 010 dalle 17 alle 23, era previsto un presidio con assemblea popolare
in via Eritrea angolo corso Francia – altro luogo dove sono attese le
trivelle. Si sposta tutto al  presidio di Venaria, dove il presidio NoTav resisterà ad oltranza
 

Via Gaetano Amati
10078 Venaria Reale TO

(in questa via transita il Bus 11 che passa da porta Nuova, Porta Palazzo, Radio Blackout)

Per info chiamate il nostro cellulare: 338 6594361

presidio antitrivella a Venaria

26 Gennaio 2010

martedì 26 Gennaio 010

oggi pomeriggio a partire dalle 16.30 presidio contro la
trivella montata questa mattina a Venaria Reale, nei pressi
dell’uscita della tangenziale.

fate girare

Presidio NoTav Via Eritrea Zona Alenia

26 Gennaio 2010

Prossimi appuntamenti:
Mercoledì 27 gennaio 010

dalle 17 sino a sera inoltrata
Presidio informativo e assemblea popolare in via Eritrea angolo corso
Francia (davanti al palazzo degli oblò, Fermata Metrò “Marche”).

Qui è previsto uno dei pochi
sondaggi programmati in un area densamente popolata.

Movimento No Tav torinese

asilo squat cena benefit

26 Gennaio 2010
il Velena è stato sgomberato
Questa sera
Martedì 26 Gennaio 010
ore 20:00
Cena Benefit inguaiati  con la legge
presso
Asilo Squat:

Via Alessandria,12 Turin
Dalla Stazione Ferroviaria To-Portanuova
Tram Linea 4,
bus 11, 12
Dalla Stazione Ferroviaria To PortaSusa
bus 51 & 51/
Altri mezzi che passano in zona:
Tram Linea 18

Bus 19 dalla sera diventa 119 e parte da via Bertola(Nei pressi capolinea 72, 72barr)
Altri Bus che passano in zona Asilo
Bus: 27, 57, 50

no sgomberi

trivella a Venaria

26 Gennaio 2010

NO Tav NO Trivelle!

Questa sera è comparsa una trivella a Venaria. Identificati 5 No Tav.
Foto della trivella e del fermo.
Avvistata colonna di polizia diretta in Val Susa.

Trivella
Trivella

A Venaria hanno piazzato una trivella in corso Cuneo all’uscita della tangenziale. La sorvegliano 10 blindati, diverse decine di poliziotti e numerosi esponenti della Digos, la polizia politica.

Cinque No Tav che stavano facendo fotografie sono stati fermati e identificati dalla digos.

Vengono sempre di notte, armati e piazzano le trivelle in luoghi isolati, lontano dagli occhi di chi potrebbe cominciare a porsi degli interrogativi su un’opera, difesa da centinaia di uomini in armi.

La ditta è la RCT del gruppo Trevi, la stessa che ha fatto il sondaggio alla stazione di Collegno.

Intorno all’una è stata avvistata in tangenziale una lunghissima colonna di mezzi di polizia diretta in Val Susa.

La polizia controlla i documenti a una No Tav
La polizia controlla i documenti a una No Tav

Torino ore 15:15 Presidio davanti al Comune

25 Gennaio 2010

Video

Lunedì 25 Gennaio 2010

ore 15:15

Volantinaggio davanti al Comune

per i fatti di  Borgone

appuntamento davanti al comune

Piazza Palazzo di Città Via Milano, 10122 Torino

Presidio Notav a Grugliasco

25 Gennaio 2010

NO Tav NO Trivelle!

Dalle 16 presidio di lotta No Tav in corso Allamano angolo strada del Gerbido dove stamane hanno piazzato una trivella

Una foto dello spezzone torinese al corteo di Susa di ieri

Torino e cintura. Sarà dura.
Torino e cintura. Sarà dura.

Questa mattina sono comparse due trivelle. Una in strada antica di Grugliasco vicino all’ex Ikea e l’altra in corso Allamano angolo via del Gerbido, di fronte al Piccolo Hotel e a fianco della concessionaria Di Viesto.

I primi tre No Tav arrivati sul posto sono stati fermati e identificati dalla polizia. Sin dall’una qualche No Tav ha piazzato un bandiera dall’altro lato della strada.

 

Dalle 16 presidio No TAV davanti alla trivella di corso Allamano.

In serata il pronto pizza del Barocchio si trasferisce al presidio.

 

Portate legna, qualcosa da mangiare e qualcosa da bere e soprattutto spedite sms e mail a tutti i vostri contatti.

 

Le piazzano di notte, le piazzano di domenica, le piazzano in periferia ma ci trovano sempre pronti. Non basta dare un’occhiata, occorre una presenza forte, comunicativa ma determinata, che metta in difficoltà chi pretende di imporre con la forza un’opera distruttiva, inutile, costosa per tutti, tranne per chi lucra ogni giorno sulle nostre vite.

No Tav No Trivelle!

 

No Tav Autogestione – Torino

notav_autogestione@yahoo.it

per contattare il presidio

338 6594361

Borgone: aggiornamenti ed appuntamento a Torino

25 Gennaio 2010

NUOVA INTIMIDAZIONE DI STAMPO MAFIOSO:

La notte successiva alla grande manifestazione di Susa di sabato 23/1 è stato distrutto da un incendio doloso, a firma “SI-TAV”, il presìdio di Borgone, nato nel 2005 [vedi COMUNICATO]
Dalle 12 di domenica 24 c’è già un nuovo presidio sul prato antistante (container come a Venaus l’8/12/05) con l’assenso del sindaco (il comune sarà parte civile per l’incendio doloso). Assemblea dalle 15; grigliata a cena.

LUNEDI’ 25 dalle 15,15 VOLANTINAGGIO DAVANTI AL MUNICIPIO DI TORINO (p.za Palazzo di città)
con le ceneri del presìdio di Borgone

per un contributo alla ricostruzione, fai click QUI


Vedi le immagini

incendiato il Presidio Notav di Borgone di Susa

24 Gennaio 2010

24 Gennaio 2010

NUOVA INTIMIDAZIONE DI STAMPO MAFIOSO:

la notte successiva alla grande manifestazione di Susa
è stato distrutto da un incendio doloso,
a firma “SI-TAV”,
il presìdio di Borgone, nato nel 2005
[vedi COMUNICATO]
per foto e iniziative: www.notav.eu

http://notav.eu/notav/immagini/2010/2010_01_24_Borgone.jpg

rioccupata il Velena

24 Gennaio 2010
Nella tarda serata di Sabato 23 Gennaio 010
é stato Rioccupato il Velena.
occupato per la prima volta il 28 Febbraio 2009
sgomberato il 25 Marzo 2009 rioccupato Giovedì 16 Aprile ‘09
e risgomberato  Martedì 20 Ottobre ‘09.
Da quest’oggi potrete passare al Velena e ritrovare i vecchi amici,
dove tutti i giorni si svolgeranno i lavori di ristrutturazione.
Per questa settimana, come da tradizione “Torinese” tutti gli  appuntamenti fissi
dell’Asilo, Barocchio e Mezcal verranno spostati presso la nuova rioccupazione.
Velena Squat

Corso Chieri, 19
10132 Torino TO

angolo corso Casale
Mezzi pubblici che passano in zona: Bus da Stazione Porta Nuova 61, 68
altro bus che passa in zona: 30, 54, 66

velena rioccupata

velena rioccupata velena rioccupata

nuovo presidio NoTav a Sant’Ambrogio

22 Gennaio 2010

da un’email di assemblea permanente notav
Ciao a tutti , comunico che da questa mattina presto è attivo in piazza della stazione a Sant’ Ambrogio un presidio temporaneo ( per ora solo oggi) in caso di necessità….si vedrà…A cura del comitato santambrogese no tav e vigilanza cave. Attività di volantinaggio e sensibilizzazione per il grande corteo di domani a Susa. Invito tutti ad andarli a trovare ( anche solo 5 minuti e portare un po’ di incoraggiamento , fa molto freddo e il calore umano è indispensabile). Lo vedete subito al semaforo della stazione ( quello che porta da Boetto e al Municipio) percorrendo la strada statale 25. cartelli di indicazione PROVE TECNICHE DI PRESIDIO. RICORDO A TUTTI GLI AMICI SATAMBROGESI CHE per la GRANDE manifestazione di domani ( sabato a Susa) ci si trova al piazzale della banca unicredit alle 13,00 massimo 13,15 per ottimizzare le macchine e dare un passaggio a chi non è automunito.FARE CIRCOLARE

Trivella a Torino

22 Gennaio 2010

Report da indy

Venerdì 22 Gennaio

ore 16:30

Presidio Notav

Merenda in condivisione davanti alla trivella

Tutti portiamo cibi e bevande.
fate girare
ore 01.0 di Venerdì 22 Gennaio: Trivella in via Fermi a Torino
Zona militarizata: Centinaia fra carabinieri e Polizia
Sono già presenti alcuni Notav!

10148 Torino zona Via Reiss Romoli
Come da soffiata di questa sera da parte di un  NO TAV, puntualmente di
notte, come i ladri e gli assassini, Virano in combutta con il prefetto
Padoin e il questore hanno posizionata la trivella per il "sondaggio
mediatico" G61 (si veda la scheda e si noti quanti sondaggi di cui hanno i
dati sono stati fatti nella zona, indicati con i pallini verdi
http://www.torino-lione.it/sondaggi/G61.pdf ) e per vostro orientamento si
allega la mappa del sito con le strade di accesso.
Centinaia di poliziotti e carabinieri difendono l’inutile postazione per un
inutile sondaggio che foraggerà la campagna elettorale regionale dei partiti
piemontesi favorevoli all’opera. E pantalone… paga.
http://piemonte.indymedia.org/attachments/jan2010/g61.jpg

mappe notav torino e cintura

20 Gennaio 2010

Cartine di dettaglio dei sondaggi a Torino e prima cintura

sab 23 Genn: Susa Manifestazione No Tav No Mafie!

20 Gennaio 2010
Ancora una volta sono arrivati di notte a militarizzare la valle per piantare una trivella. Botte a parte, è il copione del 2005.
E la risposta popolare è stata pronta e ferma. Come allora.
In questi giorni la valle di Susa, Sangone, Area Torinese e il movimento No Tav stanno subendo una serie di attacchi orchestrati dai promotori del Tav Torino-Lione. Di fronte al tentativo di piazzare le trivelle per cominciare i sondaggi (ne sono previsti circa 90 in tutto il territorio che va da SettimoT.se a Chiomonte) tante persone si sono mobilitate in queste settimane.
E’ nato il presidio Maiero-Meyer all’autoporto di Susa dove dal 9 gennaio centinaia di persone si danno il cambio giorno e notte per impedire i carotaggi. Sono state piazzate alcune trivelle in zone periferiche di Torino e cintura e per farlo sono stati impiegati centinaia di agenti di polizia che vegliano i cantieri. Alla stazione ferroviaria di Collegno per quattro giorni un presidio di attivisti ha contrastato i lavori di sondaggio. Nuovi presidi permanenti sono partiti negli ultimi giorni in valsangone (sulla provinciale tra Rivoli e Villarbasse) e nei pressi della stazione di S.Antonino per monitorare il territorio e comunicare con la popolazione.
Sabato sera mani ignote hanno appiccato il fuoco al presidio di Bruzolo disabitato in quel momento, questo attacco è un gesto intimidatorio, tipico del modo con cui la delinquenza organizzata ha operato da sempre, in Italia per intimidire la resistenza popolare contro la speculazione e la distruzione dei beni comuni. L’attacco si inserisce appieno nel clima di discriminazione vergognosa creato ad arte dai mass media contro il movimento NO TAV. Vengono nascoste le ragioni dell’opposizione e ampio spazio viene dato agli slogan dei politici che con la loro superficialità e arroganza minimizzano la portata di un movimento popolare di massa che in questi anni ha saputo con fiera determinazione impedire la truffa colossale del Tav salvando la valle di Susa da una devastazione annunciata.
Anche gli amministratori della valle, democraticamente eletti, stanno subendo affronti e tentativi di delegittimazione dalle autorità provinciali e regionali e l’ Osservatorio, spacciato inizialmente come luogo di confronto tecnico, ha ormai svelato chiaramente il suo ruolo: la progettazione della nuova linea Torino-Lione. Chi ci sta otterrà in elemosina le compensazioni, gli altri sono esclusi e scavalcati: alla faccia della democrazia!
Una prima risposta a tutto ciò è stata data domenica scorsa con una fiaccolata a Bruzolo che ha visto la partecipazione di alcune migliaia di persone accorse per respingere con forza l’attacco di stampo mafioso contro il presidio.
Ma l’indignazione popolare è crescente in valle di Susa e non solo, tanta gente non ne può più di questo clima ed è disposta a dimostrarlo ancora una volta
SABATO 23 GENNAIO 2010 con una GRANDE MANIFESTAZIONE che partirà alle ore 14.00 dal PRESIDIO NO TAV DI SUSA AUTOPORTO per raggiungere la città di Susa.
Partecipiamo in tanti, partecipiamo tutti per ribadire ancora una volta il No al Tav (in qualsiasi forma e tracciato si presenti)
Per respingere la campagna di sondaggi truffa
Contro il partito trasversale degli affari che vorrebbe trasformare il nostro territorio in un enorme cantiere per almeno vent’anni
In solidarietà alle amministrazioni comunali sotto attacco.
FUORI LE MAFIE DALLA VALSUSA
I VALSUSINI NON PAGHERANNO IL “PIZZO”!
SE VUOI DIFENDERE LA TUA TERRA E IL TUO FUTURO SABATO NON PUOI MANCARE!

Ancora Trivella ancora di notte

20 Gennaio 2010

Mercoledì 20 Gennaio 010

Ecco il nominativo dell’azienda che sta facendo il sondaggio a Condove:

GEO.MONT

Ancora una volta sono arrivati di notte.
Ancora una volta la polizia ha militarizzato il territorio e preso in ostaggio la valle.
Come i ladri e gli assassini.
Ancora una volta hanno bloccato il territorio.
La stazione di Condove-Chiusa di San Michele è isolata e irraggiungibile da Condove.
Il sindaco di Chiusa non è stato avvisato.

Questa è la decantata trasparenza di virano bresso e saitta.
Questo è il rispetto per le istituzioni di valle e per i cittadini.
TUTTI A CHIUSA DI SAN MICHELE SENZA SGUARNIRE GLI ALTRI PRESIDI.

 trivella a Chiusa S. Michele,
presso staz. FS di Condove. Sindaco non avvisato;
arrivata di notte, con ingente polizia che ha chiuso la stazione. E’ l’operazione trasparenza di Virano!

Non c’è più la trivella a Susa: già finito carotaggio a 100 m.?
E’ pura operazione mediatica. Come a L’Aquila.

 CRONACA DEGLI EVENTI DAL 16 GENNAIO
iN MATTINATA SI E’ FORMATO UN PRESIDIO DI MANIFESTANTI NOTAV NEI PRESSI DELLA TRIVELLA DI CONDOVE, ED  HA TENTATO DI SFONDARE IL CORDONE DEI 300 POLIZIOTTI, CHE HANNO PRONTAMENTE CARICATO.
Da Radio Blackout: alle ore 11:45 abbiamo appreso che a Condove, altezza Stazione FS  c’è un doppio presidio presso la ss 24 ed un altro alla 25, dove in entrambi la polizia sta bloccando il traffico.
Sempre la polizia ha isolato da questa mattina la stazione ferroviaria di Condove dove è stata piantata la trivella.Attenzione a chi, in treno scende alla stazione Fs, perchè lì ci sono in agguato Polizia e CC
Alle ore 12:00 ci sarà un’assemblea presso il presidio di Sant’Antonino, nei pressi dela SS 25, vicino la Stazione Ferroviaria.
 
Ore 13:00 Manifestanti NoTav Bloccano Tgv alla stazione di Sant’Antonino

Ore 14:00 I Notav dopo aver bloccato  il TGV a Sant’antonino, hanno preso il treno Reg e sono scesi a  Condove. Ora sono davanti alla trivella. La polizia “distribuisce” manganellate a raffica. Un ferito fra i NoTav.

Invitiamo la popolazione di ritorno dal lavoro a fermarsi sulla s.s.25 e 24 all’altezza dei due incroci Condove (rotonda) e Chiusa S.Michele (passaggio a livello). Alle ore 17-17:30 in poi per assemblea popolare.
NO TAV - NO MAFIA

emergenza in val susa: Polizia e trivella a Susa

19 Gennaio 2010
Martedì 19 Gennaio 2010
OMERTA’ E VILTA’: VENAUS 6 DICEMBRE 2005, SUSA 19 GENNAIO 2010 - I comitati NOTAV denunciano il silenzio omertoso con cui la RAI regionale ha trattato la fiaccolata di domenica 17 sera a Bruzolo, come prima risposta popolare all’attentato di stampo mafioso perpetra - Ufficio Stampa comitatiATTENZIONE!!! TRIVELLA E FORZE DI POLIZIA ALL’AUTOPORTO DI SUSA - FATE GIRARE E ANDIAMO IN MOLTI
Le statali sono aperte, meglio passare dalla 24.
Per chi arriva dalla bassa valle: uscite a Chianocco e fate la statale.
Radio Blackout è online. Chi non la riceve può usare lo streaming. Le dirette saranno inserite sulla loro pagina internet


Sondaggio S65 - Susa
 

Qualche cittadino di Susa dovrebbe svegliare la sua sindaca e chiederle che misure ha preso per tutelare la salute pubblica nel caso molto probabile in cui il sondaggio di 100 metri metta in comunicazione la falda acquifera inquinata con quella più profonda ad uso potabile.


6.20 I notav stanno muovendo verso la trivella
.
6.57 Una delegazione di amministratori ha ottenuto di poter arrivare alla trivella.
7.20 La trivella da lontano appare ancora spenta. Occorre recarsi in tanti sul posto
7.57 L’alba dei NoTav


Blocco autostrada

presidianti di susa bloccano autostrada

in questo momento, dopo l’assemblea al presidio dell’autoporto di susa in cui si è discusso sul da fare, alcuni presidianti si sono mossi verso l’autostrada A32 torino-bardonecchia con l’intenzione di bloccarla, per rispondere alla mossa notturna con cui è stata impiantata una trivella.
l’appello è di recarsi al più presto in valle

Risposta da Torino:
Ore 11:30 Via Verdi sede Rai:
è in corso da oltre un’ora   un presidio NoTav davanti alla sede Rai
in via Verdi a Torino,  dove dal pennone del Palazzo dell’emittente di Stato
sventola una bandiera No Tav!AGGIORNAMENTO DAL PRESIDIO DI SUSA:
ore 17:30
Dopo la lunga giornata, il movimento No Tav, sempre più numeroso
si è radunato presso il presidio permanente di Susa
per iniziare un’assemblea pubblica.
Ore 19:00 Altro Blocco autostrada

blocco Autostradale da parte dei No Tav il corteo proseguirà fino a Bardonecchia !

Nuovo blocco autostradale da parte dei NO TAV, il corteo stà per fiancheggiare la trivella, seguirà lo stesso percorso di questa mattina, direzione Bardonecchia.
Ingente la presenza di forze dell’ordine, ma altrettanto numerosa e’ la presenza dei manifestanti, come sempre l’appello è quello di portare sostegno e supporto !
dirette su www.radioblackout.org/streaming
Aggiornamenti più tardi se necessario !

Conclusa l’occupazione dell’autostrada Torino/Bardonecchia:

Conclusa pochi istanti fà l’occupazione della Torino/Bardonecchia, che è stata pacifica e molto partecipata, adesso i manifestanti stanno tornando al presidio permanente dell’autoporto di Susa, dove si svolgerà un assemblea per decidere il da farsi….

aggiornamenti su http://notav.eu/

dirette su radio blackout

boicotta e sabota

boicotta e sabota

Torino. Trivella lungo la tangenziale. Foto

18 Gennaio 2010

Foto della trivella

Trivella e polizia 1
Trivella e polizia 1
Torino. Trivella lungo la tangenziale

Una trivella – sorvegliata da tre mezzi della polizia – sta lavorando nell’area della ex discarica. Non c’è accesso diretto ma è ben visibile dalla tangenziale nord. Si trova a 20 metri dall’autogrill Stura in direzione Milano. L’abbiamo fotografata parcheggiando all’autogrill e passando dal prato. La polizia che stazionava sul sovrappasso ci ha chiesto “cosa state fotografando”?

Ecco due delle foto fatte.

No Tav Autogestione – Torino
notav_autogestione@yahoo.it
338 6594361
Trivella e polizia 2
Trivella e polizia 2

notrivelle

nosondaggi

Torino. Assemblea popolare No Tav No Trivelle

18 Gennaio 2010

Mercoledì 20 gennaio ore 21
sala di Corso Francesco Ferrucci, 65 - Torino

fermarli è possibile!
fermarli è possibile!

Presidio No Tav di Collegno: le menzogne della Fillea-Cgil

A Torino e in Val Susa stanno cercando di imporre i sondaggi per il TAV. Il Tav – Treno ad alta velocità - è un opera inutile, dannosa, distruttiva.

Un’opera che ha già devastato mezza Italia. Ovunque inquinamento del suolo, rumore insopportabile, perdita di fonti idriche, distruzione irreversibile dell’ambiente, case abbattute, città spezzate in due da muraglioni.

Ogni chilometro di linea TAV costruita in Italia è costato la vita ad un lavoratore.

Una montagna di soldi pubblici sono stati sottratti ai treni per chi lavora, alle scuole per i nostri figli, ad una sanità decente per tutti. Ha guadagnato chi costruisce – la lobby del cemento e del tondino, amici e destra come s sinistra, abbiamo perso noi tutti.

 

In molti credono che il TAV Torino-Lyon sia solo un affare valsusino ma si sbagliano: l’impatto dell’opera e dei cantieri che sarà fortissimo ovunque.

Con il nuovo tracciato il Tav attraverserà la città, taglierà in due la tangenziale, demolirà case. Ci aspettano decenni di cantieri e di disagi, per far guadagnare i soliti noti. Gli stessi che hanno distrutto le falde acquifere per fare le gallerie Tav in Mugello, gli stessi della eterna Salerno/Reggio Calabria, gli stessi che all’Aquila hanno costruito un ospedale, nuovo, “antisismico”, che si è polverizzato alla prima scossa di terremoto.

Cagnardi, l’architetto che ha preparato il progetto per Torino, ha chiamato “birillo” una casa ad otto piani sul percorso del Tav in città. Che fine fanno i birilli lo sanno anche i bambini. Nei tanti “birilli” che il Tav incontrerà sulla sua strada, ci abitano uomini, donne e bambini, gente che magari ha fatto fatica a mettere insieme i soldi per una casa che verrà espropriata a basso costo. Gli altri, quelli cui la casa non la tireranno giù, il Tav se lo vedranno (e sentiranno) sfrecciare sotto il naso.

La retorica di chi vuole l’opera ad ogni costo è piena di due parole ripetute ossessivamente perché entrino nelle teste di ciascuno di noi.

Le parole sono progresso e collegamento con l’Europa: l’immagine è quella della piccola Italia schiacciata dietro la catena alpina, mentre fuori corrono veloci treni e autostrade: camion e vagoni pieni di biscotti, caramelle e copertoni che vanno in Francia mentre dalla Francia arrivano biscotti, caramelle e copertoni e in entrambe le direzioni viaggiano le merci prodotte con il sudore e il sangue dei lavoratori dell’Asia e dei mille sud di un mondo dove la globalizzazione della miseria va di pari passo con la globalizzazione delle merci.

 

Ma a noi, alla nostra vita, serve tutto questo?

I dati, confermati anche dai tecnici governativi, dicono di no. Una linea che collega Torino alla Francia c’è già ed è sotto utilizzata: ogni giorno ci passano 78 treni e ne potrebbero passare 210 prima che la linea si saturi e il faraonico scalo intermodale di Orbassano è utilizzato ad 1/3 della sua potenzialità perché non ci sono merci da trasportare.

 

Sulla Torino Lione i privati non hanno investito un euro, ma i costruttori si preparano ad incassarne milioni. Soldi pubblici, presi dalle nostre tasche.

Nel 2005 le barricate hanno fermato il Tav: i politici gli hanno riaperto la strada.

Fermarli è possibile. Anche a Torino.

 

Contro chi devasta il territorio e saccheggia le risorse

Per la vita, la libertà, il futuro di tutti

 

Presidio torinese No Tav Stazione di Collegno

No Tav Autogestione – Torino

Osservatorio Ecologico - Torino

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attentato al presidio NoTav di Bruzolo

17 Gennaio 2010

Ieri sera, forti del clima disgustoso creato dai media, dai politici e dalle istituzioni contro il popolo NO TAV (reo di difendere la legalità e la propria terra (oltre che difendere le finanze dello Stato e dell’Europa dalle grinfie voraci di politici, affaristi & mafiosi) i “soliti ignoti” hanno incendiato il presidio NO TAV di Bruzolo. Il pronto intervento di cittadini e vigili del fuoco hanno potuto limitare i danni che, al di là dell’odioso gesto di chi fa della violenza le sue ragioni (d’altronde non ne ha altre), restano comunque ingenti.

Adesso il presidio è stato “sequestrato” dalla magistratura per le indagini. Questo “sequestro” deve durare al massimo due o tre giorni. Il presidio deve essere immediatamente ricostruito.
Per dare una risposta FORTE ed IMMEDIATA alle MAFIE che stanno dietro a questo gesto, l’assemblea popolare tenutasi ieri sera al presidio di Susa ha fatto queste proposte:

  1. Questa sera, domenica 17 gennaio, alle ore 21 ritrovo al presidio di Bruzolo con fiaccole, pile, candele, lumini e luminarie varie per una marcia contro il clima di violenza, quanto meno verbale, e di intolleranza alla dissidenza nei confronti  delle ISTITUZIONI LOCALI REGOLARMENTE E DEMOCRATICAMENTE ELETTE, i COMITATI ed il MOVIMENTO NO TAV, e dei CITTADINI RESISTENTI  che non accettano il pensiero unico PRO TAV del Governo, di madama Bresso e di Saitta. Questa campagna istituzionale è stata amplificata e ingigantita oltre ogni decenza da tutti i media, e questo gesto incendiario e sconsiderato è il frutto di questo clima. Si partirà dal presidio di Bruzolo e si salirà in piazza del municipio.
    Fate girare con ogni mezzo: web, sms e passaparola. Nessuno dovrà dire: non lo sapevo
    .
  2. Sabato prossimo nel pomeriggio manifestazione NO TAV e CONTRO TUTTE LE MAFIE dal presidio di Susa al municipio di Susa passando per tutti i siti dove, nel comune di Susa dovrebbero venire impiantati i cantieri delle trivelle.

salutiamo Luca della Biblioteca Anarchica di Roma

17 Gennaio 2010
E’ morto Luca di Roma,  della Biblioteca Anarchica l’Idea e del Torre Maura Occupata.
E’ con grande sgomento e dolore che va il nostro cordoglio alle compagne ed ai compagni romani.
Luca lo ricordiamo nelle sue ultime salite, quassù in Piemonte:
lo ricordiamo in corteo, al nostro fianco per  le vie del centro di Alessandria per il Corteo contro il pacchetto di sicurezza.
Lo ricordiamo con noi a Torino, il mese scorso, al corteo contro sgomberi e repressione e poi in serata, tutti assieme a cenare presso l’Asilo Squat.
Ieri, 16 Gennaio, alcuni di Noi eravamo  a Livorno  per una  manifestazione nazionale contro gli omicidi di stato e Tu eri lì al Nostro fianco a gridare la Nostra rabbia contro lo Stato Assassino.
Ciao Luca Non ti dimenticheremo mai.
I Compagni e le Compagne che hanno avuto il piacere di conoscerti !

Autoproduzioni Fenix!
per
Torino Squatters

Qui sotto l’annuncio apparso su Informa-azione
Roma
Lunedì 11 Gennaio 2010
Ciao Luca. Un saluto a pugno chiuso dai compagni e le compagne di informa-azione. Seguono alcuni messaggi pervenuti
Ieri, a soli 42 anni, ci ha lasciato Luca, Compagno anarchico di cui tutti abbiamo apprezzato l’umanità, la serietà e l’impegno generoso nelle lotte.
Luca è stato uno dei principali animatori della Biblioteca anarchica “L’idea” a Roma, nella zona del Pigneto e di Torre Maura occupata.
Ciao Luca, il tuo ricordo sarà sempre vivo nei nostri cuori!

Comitato contro carcere e repressione “G. Faina” - Roma


roma 11.01.2010
un saluto a Luca e un abbraccio forte ai compagni di Torre Maura

Collegno: Lavoro della trivella terminato. Presidio smantellato.

15 Gennaio 2010

Presidio Notav Stazione Ferroviaria di Collegno

Venerdì 15 Gennaio 010
Questa mattina sono terminati i lavori della trivella presso la stazione ferroviaria di Collegno, dove da Martedì 12 è stato montato un presidio Notav, in funzione giorno e notte dove tante persone  hanno partecipato a alla Protesta contro i cantieri dei sondaggi per il Tav.
Alle ore 11 di questa mattina la trivella è stata portata via scortata dai mezzi dei  carabinieri e della polizia, mentre al momento dell’uscita dei mezzi della ditta Trevi, una cinquantina di celerini spintonavano e minacciavano  i presidianti.
I Notav hanno poi  smantellato e ripulito l’area del presidio per poi riunirsi in assemblea presso il vicino MezcalSquat.
La lotta contro il tav a Torino s’ingrossa .
Prossimi appuntamenti:
Il presidio Notav di Collegno parteciperanno alla Marcia Notav ed assumono l’assemblea informativa NoTav  che si terrà in corso Ferrucci, 65, a Torino il 20 Gennaio.
NOTAV!
a SARA’ DURA! Presidio No TAV di Collegno: breve cronaca della giornata - Indymedia piemonte

Assemblee, concerti a *Collegno* presso il Presidio permanente Notav

14 Gennaio 2010

Foto della Trivella a Collegno

Giovedì 14 Gennaio 010

nuovo aggiornamento no tav Collegno - Indymedia piemonte

Proseguono le giornate Notav presso il nuovo presidio permanete
presso la stazione ferroviaria di Collegno.

Ogni giorno colazione pranzo e cena in condivisione.
Tutti portiamo qualcosa: bevande, viveri, legna…

ogni sera alle ore 18 Assemblea Notav

Venerdì e Sabato saranno previste serate musicali.

Durante le notti canti popolari intorno al fuoco e tanta allegria

Partecipa anche Tu al presidio Contro le trivelle

Vi aspettiamo davanti alla stazione ferroviaria di Collegno, via Martiri xxx Aprile

NoTav!

NoTav alla stazione ferr di Collegno Urgente!

13 Gennaio 2010

Urgente dal Presidio Notav Stazione di Collegno

Mercoledì 13 Gennaio 010
La notte è passata tranquilla:
Proseguono le attività del Nuovo Presidio Permanente davanti alla Stazione Ferroviaria di Collegno
Se potete Portate legna, bevande calde cibi…
alle 7:40 è arrivato un messaggio che la polizia sta “pressando” i presidianti.
NoTav
fate girare
Vi aspettiamo davanti alla stazione ferroviaria di Collegno, via Martiri xxx Aprile