Lun 8 Marzo: Trivella a Rosta

8 Marzo 2010

lunedì 8 marzo 2010

A Rosta hanno piazzato stanotte la trivella nel sito G55. Ma non dove è posizionato sulla mappa del sito dei sondaggi, non in Via Ponata come indicato bensì in via 20 settembre dopo i campi sportivi.
DENTRO LA CENTRALE DI DISTRIBUZIONE DELL’ITALGAS. UN ALTRO TERRENO BEN RECINTATO E PROTETTO DAL FILO SPINATO
Si allega mappa con la posizione esatta della trivella da studiare attentamente, ci sono anche i posti di blocco dei playmobil.
Appuntamento questa sera dalle ore 17 in poi alla rotonda dei campi sportivi.  Se qualcuno durante la giornata più andare a fare un giro non è assolutamente male.
Via XX settembre a circa 300 metri dalla stazione diventa pista ciclabile con  una sbarra.

Nella notte un’altra trivella è stata piazzata, a Rosta, vicino a quella precedente di Bottigliera. Il sondaggio è il G55, anche se non è esattamente posizionato nel luogo indicato dal sito informativo www.torino-lione.it, ma via XX settembre dopo i campi sportivi.
La trivella questa volta è a distanza, le forze dell’ordine hanno circondato la zona per impedire l’accesso più vicino possibile alle macchine.
Domenica alle 2,15 le forze del disordine avevano abbandonato il cantiere di Buttigliera alta, lasciando provocatoriamente soli gli operai e le attrezzature (compresa la trivella), i manifestanti presenti nella notte hanno visitato il cantiere insieme agli operai, raccogliendo i resti del simil-presidio che i “fautori del disordine” avevano provveduto a distruggere nella notte.
Appuntamento questa sera dalle ore 17 in poi.

A S.Antonino invece, 2 persone qualificatisi come dimpendenti RFI in modo arrogante e minaccioso hanno comunicato che entro breve il presidio va smantellato. Pensavano di far paure alle signore presenti ma hanno trovato pane per i loro denti. Sono poi passati a minacciare l’arrivo di polfer e multe salatissime ai presidianti. Ma nessuno di loro naturalmente si è fatto identificare.

Non è la prima volta che arrivano. E’ già la terza. Inoltre la polfer ha telefonato in comune dicendo che il presidio è illegali e non in sicurezza.

SEGUIRANNO AGGIORNAMENTI
No Tav !
no Sondaggi!
No Trivelle

buttigliera 4 marzo: la verità del popolo Notav. Le bugie della questura

5 Marzo 2010

da infoaut/no tav

Intorno alle 23:30 si è conclusa da poco la fiaccolata indetta dal movimento no tav a Buttigliera Alta, località della cintura di Torino. Più di mille persone hanno partecipato all’inizativa decisa martedì sera a termine della prima assemblea tenutasi al nuovo presidio no tav costituitosi nei pressi della trivella poche ore dopo la sua installazione.

Una partecipazione che va, ancora una volta, al di sopra di tutte le aspettative e che ha visto una significativa presenza degli abitanti della zona. Questo a riprova del fatto che l’opposizione al Tav non è affatto appannaggio esclusivo, come  in tanti vorrebbero credere (o farci credere) degli abitanti della Val di Susa (anche questa sera comunque presenti con molte delegazioni dei comitati), ma di come sia piuttosto un sentimento diffuso e radicato in un territorio ben più vasto. E l’hanno esemplificato bene stasera gli abitanti di Rosta, Buttigliera e dintorni,  dimostrando di essere pronti anche loro a scendere in piazza non appena chiamati all’appello.

La fiaccolata ha preso il via dal nuovo presidio e si è poi diretta verso il centro del paese, facendo tappa davanti al Municipio. Il movimento ha inteso così contestare e chiedere spiegazioni al sindaco, il quale non aveva comunicato l’inizio dei lavori neanche ai suoi stessi consiglieri comunali. Ovviamente in questi tre giorni il sindaco si è sempre negato alle richieste di spiegazione dei suoi stessi concittadini. In tutta risposta, è stata dunque issata una bandiera no tav accanto alle altre bandiere istituzionali, azione simbolica che ben rappresenta la cifra della contestazione.

Giunti nuovamente al presidio, un’assemblea conclusiva ha indetto, nel caso in cui la trivella fosse ancora in azione (secondo le schede tecniche il sondaggio dovrebbe durare 6 settimane…), un nuovo appuntamento per domenica pomeriggio, per una passeggiata nei campi intorno alla trivella.

Le studiano tutte- da notav.info

La Questura questa mattina con tanto di conferenza stampa e foto ha dichiarato alla fine della fiaccolata di ieri di essere stata vittima di un’aggressione, «aggrediti con lancio di bengala e di pietre pesanti anche mezzo chilo», 80 persone, prevalentemente dei movimenti anarchici e autonomi, è tornata sui passi percorsi dal corteo e ha avvicinato le forze dell’ordine, effettuando un fitto lancio di bengala e di pietre pesanti anche mezzo chilo (che sono state respinte dagli scudi) e utilizzando puntatori laser di colore verde per accecare gli uomini in servizio. Sulla strada sono stati lanciati chiodi a tre punte che hanno forato gli pneumatici di tre veicoli dei carabinieri e tre veicoli del corpo forestale. Alcuni chiodi sono stati sequestrati. Nessun agente è rimasto ferito.

«La nostra presenza - dicono dai vertici della questura - è dovuta unicamente a tutelare gli operatori civili che lavorano nel cantiere. Ci siamo trovati a subire un’aggressione da parte di gruppi di professionisti che sono soliti effettuare manovre di questo genere. Continueremo a fare il nostro lavoro come abbiamo sempre fatto senza reagire alle provocazioni». (il corsivo da La Stampa)

Dall’inizio dei sondaggi, la questura ci ha abituato, tramite l’Ansa sopratutto, a diramare comunicati stampa dove denunciano e lamentano aggressioni su aggressioni; la maggioranza delle volte sembra veder scritte le parole che i funzionari della polizia dicono in piazza. Ora documentano anche…a differenza della notte di Coldimosso, dove non hanno mostrato alcun video. Come mai?
  • notav notav
    no trivelle
Se le studiano tutte
da notav.info
la Questura questa mattina con tanto di conferenza stampa e foto ha dichiarato alla fine della fiaccolata di ieri di essere stata vittima di un’aggressione, «aggrediti con lancio di bengala e di pietre pesanti anche mezzo chilo», 80 persone, prevalentemente dei movimenti anarchici e autonomi, è tornata sui passi percorsi dal corteo e ha avvicinato le forze dell’ordine, effettuando un fitto lancio di bengala e di pietre pesanti anche mezzo chilo (che sono state respinte dagli scudi) e utilizzando puntatori laser di colore verde per accecare gli uomini in servizio. Sulla strada sono stati lanciati chiodi a tre punte che hanno forato gli pneumatici di tre veicoli dei carabinieri e tre veicoli del corpo forestale. Alcuni chiodi sono stati sequestrati. Nessun agente è rimasto ferito.
«La nostra presenza – dicono dai vertici della questura – è dovuta unicamente a tutelare gli operatori civili che lavorano nel cantiere. Ci siamo trovati a subire un’aggressione da parte di gruppi di professionisti che sono soliti effettuare manovre di questo genere. Continueremo a fare il nostro lavoro come abbiamo sempre fatto senza reagire alle provocazioni». (il corsivo da La Stampa)
Dall’inizio dei sondaggi, la questura ci ha abituato, tramite l’Ansa sopratutto, a diramare comunicati stampa dove denunciano e lamentano aggressioni su aggressioni; la maggioranza delle volte sembra veder scritte le parole che i funzionari della polizia dicono in piazza. Ora documentano anche…a differenza della notte di Coldimosso, dove non hanno mostrato alcun video. Come mai?

DA RADIONDADURTO_ NO TAV: MOVIMENTO SMENTISCE QUESTURA SU PRESUNTA AGGRESSIONE
Per cercare di screditare il movimento popolare di lotta contro l’alta velocità in valle poco fa la Questura di Torino ha diffuso un comunicato nel quale afferma che le forze di polizia messe a guardia della trivella di Buttigliera Alta avrebbero subito una aggressione poco dopo il termine della fiaccolata No-Tav da parte di un gruppo di circa 80 persone, che secondo la velina sarebbero elementi di movimenti anarchici e autonomi che avrebbero effettuato un fitto lancio di bengala e di pietre e chiodi a tre punte che hanno forato gli pneumatici di tre veicoli dei carabinieri e tre veicoli del corpo forestale. Per comprendere il carattere strumentale delle affermazioni della polizia basta sottolineare come la stessa questura di Torino ha ammesso che nessun agente e’ rimasto ferito nella presunta aggressione. Abbiamo chiesto un commento su quanto diffuso anche a Lele Rizzo, No Tav Valle di Susa.
[Scarica il contributo audio, durata: 1 min.]

preso da LA VALLE CHE RESISTE: LE STUDIANO TUTTE!!!

Torino. Vietata la sala ai No Tav, che la occupano. Merc 10/3 assemblea notav cena in piazza madama cristina

4 Marzo 2010

Il comune nega la sala di corso Ferrucci per l’assemblea No Tav.
I No Tav la occupano.

La sala di corso Ferrucci 65a, una delle sale della terza circoscrizione era stata richiesta – e concessa - da tempo, per l’assemblea No Tav fissata per questa sera, mercoledì 3 marzo.
Venerdì scorso era anche stato pagato l’affitto. Una procedura normale, fatta tante volte in occasione delle numerose assemblee No Tav che si sono svolte in quella sala.
Non questa volta.
Al momento del ritiro delle chiavi ci hanno comunicato che il permesso per la sala era stato revocato. La decisione è stata presa dal Comune. Il fanatico del Tav, Chiamparino, usa ogni mezzo per negare spazio alle voci di chi si batte contro la linea ad alta velocità tra Torino e Lyon.
La vicenda di un’altra sala della stessa circoscrizione concessa e poi negata per una serata con un’esponente della RAF ha fornito il pretesto per chiudere gli spazi anche ai No Tav.

Un divieto inaccettabile, un ulteriore segnale di guerra alla libertà di parola nel nostro paese. Non basta il monopolio dell’informazione, non bastano le calunnie continue di televisioni e quotidiani, adesso si chiudono anche gli spazi pubblici riservati ai cittadini.

Per questo motivo – avendo trovato aperti i locali – i No Tav che si erano comunque ritrovati di fronte alla sala, hanno deciso di entrare e fare ugualmente l’assemblea in barba ai divieti.
Un segnale forte a chi, con arroganza, ha cercato di tapparci la bocca.

I partecipanti all’assemblea, dopo aver serenamente deciso di (ri)prendersi la libertà di parola, occupando la sala vuota in corso Ferrucci, si sono a lungo confrontati.
Dopo un’approfondita analisi di questi due lunghi mesi di lotta e di resistenza ai sondaggi e alla militarizzazione si è discusso delle prossime iniziative.
Visto il buon successo dei presidi settimanali di informazione e lotta, che in queste ultime settimane, si sono intervallati a quelli alle trivelle, si è deciso di continuare con quest’appuntamento itinerante del mercoledì.

La prossima iniziativa della rete “Torino e cintura: sarà dura. No Tav No Trivelle” è

Mercoledì 10 marzo 2010

in

Piazza Madama Cristina 10125 Torino

ore 17, 30 punto info
ore 18,30 assemblea notav
ore 19,30 cena popolare autogestita – porta i cibi e le bevande che vuoi condividere

Naturalmente – al prossimo allarme trivella – l’appuntamento è lì per presidi e iniziative

Torino e cintura Sarà Dura No Tav No Trivelle

STRADA DELLA PRONDA:terminato sondaggio . stasera assemblea in corso ferrucci

3 Marzo 2010

Torino strada della Pronda

Mercoledì 3 Marzo 2010

Ci comunicano che questo pomeriggio è finito il sondaggio.

Questa sera ci troveremo in corso Ferrucci.

cronaca notav da buttigliera e da strada della pronda

3 Marzo 2010

Torino 2 marzo 2010. Il tam tam No Tav ha segnalato sin dalle 7 del mattino che stavano piazzando una trivella in strada della Pronda, in fondo a via Monginevro, pochi metri prima del confine con Grugliasco. Cronaca della giornata e foto. La trivella è ben indietro in un prato, uno dei pochi rimasti, completamente cintato e invaso dal consueto nugolo di polizia e carabinieri accompagnati da Digos armati di macchina foto e telecamere. Scarso il passaggio di persone, nonostante intorno la zona sia densamente popolata. Sin dalla mattinata è stato piazzato un gazebo con bandiere e striscioni nel piazzale di fronte alla trivella. Per l’intera giornata vengono fatti giri informativi con l’auto con le trombe, distribuiti volantini nelle case e nelle scuole vicine. Qualcuno prepara uno striscione nuovo e cartelli No Tav che vengono appesi alla recinzione. A metà giornata passano i ragazzi della vicina facoltà di agraria di Grugliasco. Intorno alle 20,30 parte una lunga assemblea popolare. Ci sono una cinquantina di persone, compresi una decina di abitanti delle case che timidamente si avvicinano. Vogliono sapere, capire cosa sta succedendo, perché, nonostante da molto tempo la loro zona sia uno degli snodi più importanti del progetto Tav a Torino, ne sanno poco o nulla. Da queste parti la lotta per l’opposizione al Tav è ancora tutta in salita. La presenza della trivella rappresenta comunque un’occasione di informazione e coinvolgimento diretto. Per ora solo di pochi ma domani, chi sa? Questa sera – mercoledì 3 marzo ore 21 Assemblea Popolare La resistenza alle trivelle e alla militarizzazione dopo due mesi di lotta – percorsi e prospettive Appuntamento alla sala di corso Ferrucci 65a, Torino promuove la rete “Torino e cintura: sarà dura. No Tav. No trivelle” per info e contatti: 338 6594361 notav_autogestione@yahoo.it http://piemonte.indymedia.org/cache/imagecache/local/attachments/mar2010/460_0___30_0_0_0_0_0_01_presidio_no_tav.jpg http://piemonte.indymedia.org/cache/imagecache/local/attachments/mar2010/460_0___30_0_0_0_0_0_02_camionette.jpg http://piemonte.indymedia.org/cache/imagecache/local/attachments/mar2010/460_0___30_0_0_0_0_0_03_no_tav.jpg http://piemonte.indymedia.org/attachments/mar2010/04_trivella.jpg Torino e cintura. Sarà dura striscione ::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::[infoaut]NoTav: nuova trivella a Rosta I NoTav boccano il cambio turno delle forze dell’ordine, obbligate a passare in mezzo ai campi. Nonostante le banfate dei giorni scorsi, il prefetto Padoin ha scelto saggiamente di stare alla larga dalla valle, preferendo trivellare nell’immediata cintura torinese, dove più facile è la ‘governabilità’ del territorio. Attorno a mezzanotte e mezza è stata installata una trivella, scortata da una colonna della polizia, a Rosta. E’ il sondaggio G12, che si trova a Buttigliera alta, sulla strada che da Rosta centro porta al centro di Buttigliera. Come nello stile Si Tav, sono arrivati con il buio e con la polizia… Nell’immediato qualche decina di No Tav, già in allerta dinnanzi ai movimenti polizieschi nei dintorni, è arrivata sul sito della trivellazione (che dovrebbe scavare ad una profondità di 120 metri e durare 6 settimane…) per guardare quanto stava succedendo ed attivarsi… I No Tav hanno infastidito l’operazione di montaggio del cantiere bluff, dopodichè si sono dati appuntamento a quest’oggi per decidere il da fare contro la trivella di Rosta e per mantenere la pressione sulle operazioni sondaggistiche… In mattinata verrà montato un presidio volante per tornare ad informare gli abitanti della zona, poi per le 17 è stato fissato un ritrovo per un’assemblea No Tav. Dalle 18 un centinaio di persone si sono quindi ritrovate nella strada d’accesso alla trivella, improvvisando un blocco stradale che ha obbligato le forze dell’ordine a passare per i campi per effettuare il loro cambio turno. Diverse le proposte lanciate per i prossimi giorni: per domani è previsto un presidio alle 8:30 di fronte al Comune di Rosta il cui sindaco, in quota Pdl, ha oggi rivendicato di fronte ai NoTav la propria scelta di concedere i terreni per la realizzazione dei sondaggi. Giovedi marcia rumorosa No Tav, con partenza alle 21… * Ascolta la corrispondenza con Francesco (h 11:30) * Ascolta la corrispondenza con Simone (h 19) ******************************************************++ Resoconto serata alla trivella di Buttigliera Anche questa volta una trivella posata in valsusa non passa liscia. Dopo l’accoglienza notturna da parte di alcune decine di No Tav accorsi dopo la mezzanotte (compresa una visita a casa del sindaco) il primo giorno di questa trivella (G12) è stato disturbato dall’intervento di qualche centinaio di persone che a turno si sono susseguite in particolare nelle ore serali dopo le 17.00. L’inizio dell’assemblea (circa 200 i presenti) è stato interrotto dal sopraggiungere di un contingente di carabinieri arrivato per dare il cambio delle 19.00, costoro sono stati costretti a passare dai campi e in mezzo ai rovi per entrare nel piazzale della trivella; stessa sorte è toccata ad una ventina di uomini del corpo forestale dello stato. Comunque tutto tranquillo e atmosfera rilassata fino alle 20.30, quando, approfittando del numero esiguo di no tav presenti (poco più di 50) gli sbirri hanno invaso la strada provinciale costringendo di fatto i manifestant ad una graduale ritirata per consentire l’uscita dei mezzi e degli uomini in turno alla trivella dalle 13.00. Verso le 21.30 il presidio alla trivella andava scemando, mentre un gruppo di No Tav si recava alla stazione di Rosta realizzando di fatto il blocco della circolazione ferroviaria per più di mezz’ora. Diverse le proposte lanciate per i prossimi giorni: domani (mercoledì) visita in Comune a partire dalle 9.00, eventuale volantinaggio al mercato di Rosta e costruzione di presidio volante diurno nei pressi della trivella. Per giovedì sera è stata proposta una passeggiata musicale e rumorosa per le vie di Buttigliera, per il fine settimana si sta pensando di indire un’ appuntamento di massa per assediare la trivella .Siamo tutti invitati a ragionare su queste proposte e a partecipare alle prossime iniziative indette. Il Tav si ferma anche con le piccole iniziative e la trivella di Buttigliera è un occasione per allargare il fronte di lotta e coinvolgere nuove popolazioni in questa battaglia . da www.notav.eu

NOTAV = Torino Strada della Pronda Presidio contro la trivella

2 Marzo 2010
Martedì 2 Marzo 2010

fate girare

da questa mattina in poi

da una telefonata direttamente dal presidio notav, hanno deciso che ci saranno i seguenti appuntamenti:

il presidio notav di controinformazione prosegue per tutta la giornata.

Invitiamo la gente a portare cibi e bevande  per condividerle  con gli altri.

Alle 18:00 ci sarà un aperitivo in condivisione ed un’assemblea organizzativa del Presidio No Tav

Alle 20:30 ASSEMBLEA POPOLARE NOTAV

Strada Vicinale della Pronda, 52
10142 Torino

Bus che passa in zona Trivella: Corso Vittorio Emanuele - Porta Nuova Linea  64- direzione Grugliasco-
ti lascia proprio vicino al presidio

fate girare la voce

email

sms

faxxx

copia ed incolla e postalo nei blog.

da una telefonata alle ore 10:45 del mattino

apprendiamo che c’è un presidio Notav che va ingrossandosi di ora in ora.

La polizia a guardia della trivella è composta da una sessantina di unita.

I notav stanno informando la popolazione che vive attorno a dove è stata posizionata la trivella.

Gli abitanti sono spaventati, ma allo stesso disinformati, della possibilità di un futuro cantiere nella loro

G22

La trivella è effettivamente al fondo di via Monginevro, all’angolo di Strada della Pronda.
Di fronte c’è un parcheggio e alcune case. A guardia della trivella ci sono una decina di blindati della polizia. Alcuni No tav sono sul posto da circa un’ora.

Seguiranno aggiornamenti.

Con la protezione di una ventina di blindati, questa mattina alle 7 è stata piazzata una trivella a Torino, al fondo di via Monginevro angolo Strada della Pronda (sondaggio G22, 45 m., 2 settimane).
Intanto dalla notte erano in corso analoghe operazioni a Buttigliera, al confine comunale con Rosta, sulla collina morenica che divide la Valle di Susa dalla Val Sangone (G12, 120 m., 6 settimane).

QUESTI SONDAGGI:
SONO REALI? E IN PIENA LEGALITA’?
[ LEGGI tutto]

Presidio contro la trivelle a a Buttigliera

2 Marzo 2010

Martedì 2 Marzo 2010

Trivella a Buttiglier alta

da una’email su assemblea permanente:

Nella notte si è installata un’altra trivella in Valsusa, questa volta a
Buttigliera alta sulla strada che da rosta centro porta al centro di
buttigliera.
Si tratta del sondaggio G12 che da tabella dovrebbe durare 6 settimanecon una
profondità di 120 metri.
Attorno a mezzanotte e mezza è arrivata la notizia di una trivella scortata da
una colonna di polizia a Rivoli in corso Susa, la carovana è poi partita in
direzione Castello di Rivoli e quindi Rosta.
Da subito qualche decina di No Tav in allerta nei paraggi è arrivata sul posto
creando un minimo di apprensione nei tutori dell’ordine. No c’erano le
condizioni per fare chissà che è quindi si è deciso che qualcuno si sarebbe
fatto un giro a casa del sindaco per chiedergli spiegazioni.
Il sindaco non era presente in casa, ma è arrivato poi sgommando con la sua
auto a tutta velocità seguito da una pattuglia della DIGOS di scorta; ne è nata
una discussione che non ha portato a molto se non il constatare quanto segue:
-l’area del sondagio il sindaco sostiene sia in un’area comunale
-il sindaco era stato avvertito, ma si è ben guardato dal farlo sapere
-sempre il sindaco sotiene di essere favorevole ai sondaggi e di averlo
dimostrato con una delibera
- e quindi o è un’ idiota o lo fa, perchè stasera non l’ha contata giusta del
tutto.

I no tav intervenuti nel frattempo si son messi garbatamente vicino alla
polizia provando ad infastidire le operazioni di montaggio del cantiere.
In seguito si è deciso di lasciare momentaneamente il posto per ritornarvi in
mattinata e quindi ecco alcune proposte:

- montare in mattinata un presidio volante per informare la popolazione, per
farsi vedere da chi passa di li (strada molto trafficata di giorno)
- rilanciare l’appuntamento dalle 17. 00 in poi per un ritrovo per
un’assemblea, portando la disponibilità di rimane fino a dopocena

ore 18:00 assemblea presso il presidio di Buttigliera

ASSEMBLEA POPOLARE NOTAV

27 Febbraio 2010
mercoledì 3 marzo 2010
ore 21:00
– assemblea popolare No Tav-
Per fare il punto e prepararci ai prossimi lunghi mesi di lotta

Presso la sala  di

Corso Francesco Ferrucci, 65 TORINO

NOTAV

Torino. Cronache No Tav. Foto

27 Febbraio 2010

Il luogo scelto non è certo casuale. Negli ultimi mesi la “busiarda” si è più volte distinta nella disinformazione se non nell’esplicita calunnia. I No Tav sono stati tra i bersagli preferiti dei gazzettieri agli ordini di Mario Calabresi.
Un No Tav deciso a restituire le palle di carta del quotidiano torinese ha esposto qualche rotolo di carta igienica marchiato “La Stampa”.
Le saracinesche de “La Stampa”, in via Roma sono rimaste chiuse per tutto il pomeriggio. A presidiarle il consueto nugolo di poliziotti dell’antisommossa coadiuvati da Digos e carabinieri. Ma i No Tav non si curano troppo delle cattive compagnie. Tre gli striscioni esposti: un “NO TAV” gigante, il già sperimentato “Calabresi Busiard”, e lo striscione giallo della rete “Torino e cintura sarà dura. No Tav No Trivelle”.
Dopo il consueto aperitivo autogestito – niente soldi ognuno porta qualcosa – e qualche canto No Tav, tra cui un corale “Sarà dura” sull’aria di una nota canzone partigiana carrarina, si è svolta una animata assemblea di piazza. Non sono mancati alcuni momenti di emozione collettiva nel salutare Simone e Marinella, i due No Tav feriti gravemente dalla polizia la settimana precedente durante una passeggiata alla trivella di Coldimosso. Forte anche la solidarietà verso gli antirazzisti arrestati il giorno precedente a Torino.
L’impegno per tutti è mantenere i presidi settimanali in vari angoli della città, restando sempre all’erta per accogliere con i dovuti onori la prossima trivella.

Dopo due mesi di lotta, presidi, cortei, manganellate, feste popolari, notti all’addiaccio, discussioni, blocchi…
Mercoledì prossimo – il 3 marzo – assemblea popolare
Per fare il punto e prepararci ai prossimi lunghi mesi di lotta
Dalle 21 nella sala di corso Ferrucci 65a

Per info e contatti:
No Tav Autogestione
notav_autogestione@yahoo.it
338 6594361

Di seguito il volantino distribuito per l’occasione:
I No Tav e le balle de “La Stampa”
I No Tav e le bale d’la busiarda

Ci sono palle e palle. Ci sono le palle di neve tirate ai poliziotti di guardia alle trivelle in Val Susa e le solenni palle che racconta, giorno dopo giorno, senza un briciolo di vergogna, senza neppure una punta di bon ton, di ipocrita eleganza subalpina, il quotidiano “La Stampa”. Su “La Stampa” le palle di neve diventano sassi, i manifestanti che finiscono all’ospedale sono sempre pericolosi estremisti, una bomba del racket l’hanno piazzata i No Tav. O gli anarchici, uno dei babau preferiti dalla “busiarda” in versione Calabresi. Il suo tirapiedi più caro è Massimo Numa, ma anche altri non hanno mancato di distinguersi.
Hanno scritto che abbiamo colpito gli operai della ferrovia durante il presidio contro i sondaggi a Collegno, che abbiamo ferito la polizia alla stazione di Condove, dove quelli in divisa hanno rotto il braccio a un manifestante. Anche a Coldimosso di Susa li avremmo attaccati. E lì uno di noi le ha prese così secche che stava per lasciarci la pelle. Ad un’altra No Tav la polizia ha spaccato il naso, uno zigomo, l’orbita di un occhio, a calci le hanno sfondato un’ovaia. Ma i violenti, a leggere la stampa, saremmo noi.
Mentono sapendo di mentire.
Niente di nuovo sotto il sole, se non fosse che il livore, gli espliciti riferimenti personali, le calunnie, hanno ormai raggiunto il parossismo.

Si sa che i giornalisti lavorano sotto padrone e che, a fine mese, il padrone deve essere contento. Nessuno pretende che chi fa questo lavoro sia un eroe ma un minimo di decenza, beh… quella non guasterebbe. In fondo ci sono tanti mestieri onesti tra cui scegliere… operaio, panettiere, maestro, giardiniere, falegname, tornitore…
Da mesi e mesi La Stampa, peraltro ben affiancata da Repubblica e Cronacaqui, getta fango sul movimento No Tav. Dicono che siamo minoranza, anche quando facciamo cortei di 40.000 persone (Susa il 23 gennaio), fanno di tutto per nascondere che i Si Tav al Lingotto erano meno di duecento, tra imprenditori, funzionari di partito e di sindacato.
Hanno scritto che usiamo donne, bambini ed anziani come “scudi umani” durante le manifestazioni. Siamo un movimento popolare: alle manifestazioni ci andiamo tutti, compresi i nostri anziani ed i nostri figli, perché il futuro che difendiamo è il futuro di tutti e ciascuno da il proprio contributo come crede e come può. Gli anziani – e fra noi quelli “’n piota” sono tanti – partecipano ai cortei, ai blocchi delle strade e dei treni, ai turni di notte ai presidi, senza paura delle manganellate e del gas lacrimogeno dei poliziotti al servizio di uno Stato che vuole imporre con la forza un’opera inutile, dannosa, costosissima. Un’opera che, non ci stancheremo mai di dirlo, serve solo agli interessi di una cricca di costruttori che ha amici a destra non meno che a sinistra.
Noi, a Torino come a Collegno, Venaria, Val Susa difendiamo il territorio dove viviamo. Ma non solo. I No Tav si battono contro un’opera che ha già devastato mezza Italia. Ovunque inquinamento del suolo, rumore insopportabile, perdita di fonti idriche, distruzione irreversibile dell’ambiente, case abbattute, città spezzate in due da muraglioni.
Ogni chilometro di linea costruita in Italia è costato la vita ad un lavoratore.
Una montagna di soldi pubblici sono stati sottratti ai treni per chi lavora, alle scuole per i nostri figli, ad una sanità decente per tutti.
Sappiamo bene che velocità, crescita, progresso sono miti utili solo ad aumentare i profitti di chi, ogni giorno, lucra sulle nostre vite, portandosi via la vita e la salute di chi, per campare, deve lavorare.
I No Tav sanno mettere insieme l’autogestione delle lotte, le assemblee che discutono e decidono con l’azione diretta, senza deleghe. Per questo facciamo paura. Per questo la “busiarda” ci criminalizza, trasformando la nostra resistenza in attacco violento mettendo la sordina alle violenze dei tutori del (dis)ordine statale.
Due di noi sono all’ospedale da una settimana.
Mercoledì 17 manifestavamo davanti alla trivella piazzata a Coldimosso di Susa. Qualche palla di neve e la polizia ha caricato più volte. Cariche feroci. Chi cadeva veniva massacrato. Un ragazzo, Simone, viene più volte colpito. I poliziotti infieriscono su di lui mentre è a terra. Vomita sangue, non riesce più a muovere le gambe. Ad una donna spaccano la faccia infierendo ripetutamente sul volto, una ragazza riporta numerose ferite al capo. Molti altri guadagnano lividi ed escoriazioni.
Un No Tav grida ai poliziotti di aver puntato in modo esplicito a Simone e loro gli dicono “sì, quello lo conosciamo”. Già è normale: Simone è anarchico e gli anarchici facilmente si guadagnano le attenzioni delle forze del disordine statale.
Vogliono spaccare il movimento, dividerlo in buoni e cattivi. Ma non ci riescono, non possono riuscirci. Il movimento No Tav è – costitutivamente – un movimento trasversale, dalle molte anime: quella anarchica è una delle tante. La partecipazione diretta, il mettersi in gioco in prima persona, il rifiuto di ogni delega in bianco ne fanno un movimento capace di confrontarsi, scegliere e agire nel rispetto delle diverse sensibilità.

Da maggio, quando il timone “La Stampa” è passato a Mario Calabresi, non solo si è accentuato l’orientamento si tav del quotidiano, ma la disinformazione e la calunnia sono diventati pane quotidiano. Specie contro gli anarchici, nei cui confronti si è scatenata una vera campagna di criminalizzazione. Ossessiva, martellante, maniacale.

I figli non si giudicano dai padri ma certo ci pare legittimo supporre che il figlio del commissario Luigi Calabresi, nella cui stanza venne torchiato ed ucciso l’anarchico Giuseppe Pinelli il 15 dicembre del 1969, non abbia saputo fare i conti con la pesante eredità paterna. Ammesso che, ovviamente, non si trovi perfettamente a proprio agio nel ruolo di galoppino della questura e dei potenti interessi che sostengono il Tav.

N’uma basta d’Numa!
N’uma basta d’bale!
Na bala d’fioca anche a ti, Calabresi!

No Tav Autogestione
notav_autogestione@yahoo.it
338 6594361

Calabresi busiard
Calabresi busiard

assemblea
assemblea

carta igienica
carta igienica

polizia
polizia

No Tav
No Tav

polizia
polizia
bandiera
bandiera

Torino repressione e solidarietà

24 Febbraio 2010

Torino - Arresti e perquisizioni contro alcuni compagni

Torino - Arresti e perquisizioni in relazione all’assemblea antirazzista | www.informa-azione.info

Questa mattina, Martedì 23 Febbraio 2010,  alle 6.30 una forte azione repressiva nei confronti di alcuni compagni che frequentavano l’ex assemblea antirazzista torinese, ha visto una ondata di perquisioni, arresti, notifiche di denunce e sequestri.

I capi di imputazione sono dei più disparati, degni dei più pericolosi “criminali” atti a giustificare le manovre sbirresche di questa mattina: stalking nei confronti dei responsabili dei cie, lesioni personali e del patrimonio, imbrattamenti e scorregge alla volta dei politici.

Il risultato di questo forte attacco rimane (per ora):

- tre persone arrestate: Andrea, Fabio e Luca

- tre persone ai domiciliari: Maya, Marco e Paolo

- ventitre persone indagate e perquisite

- un obbligo di dimora

- tre persone perquisite perchè “amici” degli indagati

- una forte perquisizione dei locali di radio blackout, che in questa mattinata ha comportato lo stop del segnale per un’ora, lo stop delle trasmissioni che tutt’ora prosegue e il sequestro di moltissime attrezzature necessarie alle trasmissioni (pc per lo streaming e l’editing dell’audio).

Tutto a cura del prefetto xenofobo e razzista Andrea Padalino e della sottoposta Emanuela Pedrotti, che conosciamo e poco stimiamo…

Il senso per ora, sembra una semplice manovra di censura nei confronti di radio blackout e dei suoi redattori, e per questo l’invito è di rimanere informati, un’occasione potrebbe essere la campagna: “Spegni la censura, accendi blackout.

Solidarietà ai perquisiti, agli arrestati e a tutti quelli che si battono per una libera informazione.

Libertino Scicolone

Per mandare telegrammi i riferimenti sono (186 da telefono fisso)

Andrea Ventrella, Fabio Milan e Luca Ghezzi

Via Pianezza 300, 10151 Torino (To)

Radio blackout fa sapere che, oggi, 23/2 vi sarà una redazione aperta dalle 19.00 nei locali di radio blackout, in via cecchi 21

Radio Blackout sotto attacco
Nel pieno della campagna “spegni la censura, accendi blackout!”, ad un mese dalla scadenza prevista del contratto d’affitto con cui Chiamparino cerca di mettere a tacere una storica voce libera e indipendente della città, Radio Blackout subisce questa mattina un nuovo attacco  censorio e intimidatorio.

Con la scusa di un’operazione di polizia inconsistente, volta a criminalizzare l’Assemblea Antirazzista Torinese, che da mesi organizza appuntamenti pubblici di protesta contro l’orrore dei centri di identificazione ed espulsione, la radio viene di fatto sequestrata per più di 6 ore, impedendoci di andare in onda con il nostro consueto palinsesto di quotidiana contro-informazione. Per più di un’ora è stato anche staccato il segnale radio. Messi sotto sequestro apparecchiature informatiche fondamentali per la quotidiana attività della radio.
La nuova “grande operazione”, fatta di 23 perquisizioni, 3 arresti “cautelari” in carcere e altre 3 custodie ai domiciliari  è costruita, ancora una volta, su reati di scarsissima rilevanza penale: insulti, reati contro il patrimonio, resistenza e violenza a pubblico ufficiale e una generica associazione a delinquere. Tre dei colpiti da questi provvedimenti sono nostri redattori. A ordire la trama contro i “nemici pubblici”, il sostituto Pm  Andrea Padalino, già salito agli onori delle cronache per la proposta razzista di rendere obbligatorie le impronte digitali per gli/le immigrati/e.

Radio Blackout non si è mai sottratta dal denunciare pubblicamente con la propria attività informativa le ossessioni xenofobe di questo pubblico ministero. Non ci stupisce che con la dilatata perquisizione mattutina della nostra sede (e con l’operazione tutta) il Pm in odore di carriera cerchi anche una personale vendetta.
L’indagine si sgonfierà presto, il tutto si risolverà ancora una volta in un nulla di fatto. Ma intanto, attraverso la scusa di misure “cautelari”, s’imprigionano e zittiscono le voci scomode. Per parte nostra diamo tutta la nostra solidarietà agli arresati e denunciati. Come mezzo di comunicazione libero e indipendente denunciamo la pretestuosità di un attacco che giudichiamo censorio e intimidatorio. Un attacco che, guarda caso, cade in un momento  particolare della vita di Radio blackout e della stessa città di Torino. Mentre si preparano le elezioni regionali e l’ostensione della sindone, le contraddizioni che attraversano la città e il territorio circostante restano tutte aperte: crisi, disoccupazione,casse integrazione che volgono al termine, l’opposizione popolare all’Alta Velocità, le ribellioni dentro i Cie, il massacro della scuola pubblica. Si cerca insomma  di normalizzare una delle poche voci libere della città.

Ma Radio Blackout non si fa intimidire  e rilancia: la data di scadenza sul tappo continuiamo a non vederla… Spegni la censura, accendi Blackout!
23 febbraio 2010

La redazione di Radio Blackout

Comunicati stampa



altri post sulla Repressione a Torino

Torino. Una città in catene
Per non farci mancare niente in questo inizio di 2010, la Questura e la Procura della Repubblica di Torino hanno messo insieme un po’ di episodi di lotta contro la barbarie moderna che è il razzismo di stato incarnato dai CIE nonché contro quel partito razzista che è la Lega; hanno messo questo guazzabuglio in un solo contenitore; ci hanno appiccicato l’etichetta “associazione a delinquere”; hanno arrestato sei persone (tre in carcere e tre agli arresti domiciliari); perquisito ed indagato altre 23 persone; perquisito la sede di Radio Black Out interrompendo le trasmissioni.

È evidente che le leggi e le politiche razziste di questo paese debbano essere presidiate e difese perché sono tra i capo saldi del sistema in cui ci tocca vivere. Mettere a nudo la violenza istituzionale, l’orrore di una sperimentazione sociale fatta sulla pelle degli immigrati - detenzione “amministrativa” nei CIE, processi lampo, soprusi, pestaggi, umiliazioni espulsioni - il doppio regime giuridico (“noi” e “loro”), che magari un giorno sarà esteso ad altri pezzi di società; tutto questo è intollerabile e chi pubblicamente ed a viso aperto si è sempre battuto contro questa ignominia va incarcerato, intimidito, punito.

Le accuse sono risibili, bisognerebbe davvero ridere se non ci fosse da piangere per il miserevole spettacolo offerto da questi servi dello stato che devono giustificare la propria esistenza sulla pelle degli altri, sempre forti con i deboli e deboli con i forti.

Protagonista della vicenda è il noto sostituto procuratore della repubblica Andrea Padalino (guardatene una fotografia: cosa avrebbe detto Lombroso di quest’uomo?), pubblico ministero fautore della schedatura di tutti (dicasi tutti) gli immigrati con prelievo delle impronte digitali. Criticato apertamente da alcuni degli indagati per questa idea scopertamente razzista, Padalino ha da anni dichiarato la sua guerra personale contro alcuni antirazzisti torinesi. In questo caso, la privatizzazione della giustizia non ha nulla da invidiare agli eccessi da basso impero del presidente “viagra” Berlusconi: entrambi strapazzano il diritto a loro uso e consumo, la “cultura” è la stessa.

I fatti contestati non hanno rilevanza penale, sono vecchi di mesi se non di anni o non avrebbero certo portato alla custodia cautelare. Ancora una volta lo strumento repressivo principe è quello del reato associativo. Non potendo invocare la banda armata o l’associazione sovversiva, come fecero negli anni ’70, e poi ancora, con esiti sempre negativi in anni più recenti, gli inquisitori locali hanno dovuto ripiegare sulla più banale “associazione a delinquere”. Banale sì, ma in grado di permettere la custodia cautelare. E per tenere in piedi l’accusa, si dissotterra la defunta assemblea antirazzista, il punto di riferimento, tra maggio 2008 e maggio 2009, di un’area ampia e trasversale, che ha dato vita a numerose iniziative in città. La usano oggi per cucire addosso ad un po’ di anarchici un reato associativo capace di portarli in galera.

Lo scopo è speculare a quello di tutta la normativa contro i migranti ed in particolare del reato di immigrazione clandestina voluto dalla Lega e approvato dall’attuale maggioranza di governo (con notevoli simpatie nella cosiddetta opposizione). Qui l’unico scopo è espellere o comunque detenere (fino a sei mesi): non importa nulla di tutto il resto, il reato è stato costruito non per essere punito come tale, ma per raggiungere un altro scopo, cioè espellere e privare della libertà, sempre e comunque. Contro questo abominio giuridico si sono scagliati gli strali anche della procura della repubblica di Torino, che ha eccepito l’illegittimità costituzionale del reato di immigrazione clandestina; quella procura guidata oggi da quel dott. Caselli nemico di tutti i terrorismi (di sinistra) e delle mafie, che scrive autobiografie sull’essere “un magistrato contro”, che guida i giudici nell’uscire dall’aula quando prende la parola il rappresentante del governo all’inaugurazione di questo anno giudiziario; quel dott. Caselli la cui voce sentiamo stancamente ripetere la velina di questura sugli arresti del 23 febbraio 2010 dal sito de La Stampa. Che pena.

E che compagnia. Qui a Torino hanno mandato a dirigere la baracca della polizia politica (l’OVRA fascista, per intendersi, oggi si chiama DIGOS) e ad allestire dossier contro gli anarchici, uno di quelli che stavano fuori dalla scuola Diaz a Genova nel luglio del 2001 mentre i muri si macchiavano di sangue: uno che non si sporca le mani in prima persona, ma che la “macelleria messicana” (così fu descritto l’interno della scuola nell’immediatezza dei fatti da poliziotti testimoni ai processi) la gusta e la apprezza.

Infatti, non sarà una settimana, lo Spartaco Mortola di cui parliamo ha ordinato la carica in Val Susa contro NO TAV inermi, facendoli inseguire nei boschi, circondare in tre-quattro contro uno e massacrare a manganellate e calci. Il risultato è in rete, si possono vedere le foto: il lavoro di macellai, vigliacchi, per di più. E il nostro, evidentemente affetto da problemi psicanalitici di odio nei confronti del nome che porta, a farsi scrivere da mesi articoli elogiativi dall’improbabile giornalista de La Stampa Massimo Numa diretto oggi dal non dissociato politicamente dal padre (gli affetti sono un’altra cosa) torchiatore di Pinelli, Calabresi.

Tutto ciò accade mentre i No Tav resistono a testa alta alla lobby politico-affaristica del cemento tanto amata anche da Chiamparino e dalla Bresso, pronti a solidarizzare con bestie in divisa che massacrano gente a terra con scarponi e manganelli, bestie che devono essere sguinzagliate a centinaia ogni volta che i signori del Tav devono mettere in vetrina “qualcosa” (una trivella che “morde e fugge” a gambe levate) per intercettare il fiume di denaro della Unione europea che è il loro vero unico obiettivo.

Tutto ciò accade mentre in città per tutto l’autunno si sono susseguiti gli sgomberi di squat e spazi liberati e mentre una delle poche voci libere in città, radio Black Out, è sfrattata e si tenta così di soffocarla.

La Fiat mette in cassa integrazione straordinaria 30.000 lavoratori, ma a maggio arriverà il papa per l’ostensione della sindone e chi sarà a stringergli la mano per la regione Piemonte, la ex comunista Bresso o il leghista Cota? Davvero una bella sfida…

Tirando le somme, cosa significa questo intervento in campagna elettorale della procura della repubblica di Torino? Semplice: la solita battaglia “a chi c’è lo ha più duro” tra prefetto e governo PdL da un lato e la triade Chiamparino-Saitta-Bresso dall’altro, con lo “special guest” Caselli che non abbandona nella mischia per accaparrarsi i soldi del TAV i vecchi “compagni” di partito. Tutto il resto è contorno, compresa l’ostensione della sindone della prossima primavera.

Se il prefetto se ne fotte di tutto e punta sulla militarizzazione delle strade e della Val di Susa, la procura risponde inquisendo anarchici ed antagonisti (proprio oggi inizia il processo per gli scontri del G8 delle università).

L’obiettivo è uno solo: cercare di dividere l’unica opposizione popolare esistente sul territorio (il movimento NO TAV) in buoni e cattivi. Si criminalizza un pezzo di movimento per intimidirne un altro.

Se un tempo fossero partite 30.000 lettere di cassa integrazione, le strade di Torino si sarebbero riempite di rabbia. Oggi, il silenzio. O, meglio, il rumore di fondo fastidioso ed incessante della “società dello spettacolo”. Evidentemente, Chiamparino, Bresso, Caselli, insomma il vecchio PCI sopravvissuto ad un’infinita serie di “trasvalutazioni di tutti i valori”, hanno lavorato bene, hanno addomesticato, inibito e snervato ogni voglia di mutamento radicale dell’esistente (rivoluzione) che albergava da queste parti. E non solo.

A parte gli anarchici. Ed infatti oggi ci stanno provando. Ma davvero degli anarchici in duecento anni i comunisti autoritari non hanno capito molto: se non che li odiano. Ricambiati.

A tutti gli indagati ed arrestati va la nostra solidarietà. Ancora una volta non sarà la repressione a farci cambiare idea. Anzi.

Liberi, liberi tutti.

Torino, 24 febbraio 2010

Federazione Anarchica – FAI Torino

338 6594361 fai_to@inrete.it
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solidarietà da Verona
Esprimiamo la massima solidarietà a tutti/e i/le compagni/e colpite dalla repressione e sequestrate dallo stato, a Torino e in altre città. Siamo vicini a Radio Blackout e agli antirazzisti attaccati dallo stato e la sbirraglia, per l’ennesimo tentativo di fermare e far tacere chi da sempre lotta contro uno stato dittatoriale e terrorista come quello Italiano. Radio Blackout è da molto tempo sotto tiro per l’informazione libera che trasmette smascherando le falsità e disinformazioni dei media di regima, e questo al potere non va bene. Come da sempre viene attaccato e carcerato chi lotta per un mondo migliore, contro ogni sfruttamento, e per la libertà e i diritti di tutti. Come in Val di Susa, dove i cani in divisa dello stato, di destra o sinistra che sia poco importa, hanno massacrato persone inermi che difendevano la loro terra, anche qui i servi in divisa e in toga nei tribunali riprovano a colpire per annientare ogni resistenza a una Italia fascista e assassina. Chi si organizza e lotta fa sempre paura, ma di questi burattini del capitale italiano di paura noi non ne abbiamo. Come sempre arditi. Come sempre complici e dalla parte di chi decide contro l’ingiustizia, di dar tempesta!!

LIBERTA’ PER TUTTI I COMPAGNI IN GALERA E INQUISITI!!

NON UN PASSO INDIETRO!!

Antifascisti veronesi
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Comunicato di Solidarietà dalla Valsusa

Questo comincato è il risultato della discussione avvenuta Martedì 23 Febbraio 2010 in serata al presidio NO TAV di Susa autoporto.

COMUNICATO DI SOLIDARIETA’

Questa mattina, martedì 23 febbraio, un’operazione di polizia ha colpito 23 attivisti antirazzisti di Torino e dintorni. Sono state effettuate numerose perquisizioni domiciliari e anche la sede di Radio Black out ha subito l’irruzione degli agenti che ha comportato il sequestro di telefoni cellulari, agende e computer. L’esito, per il momento è di 6 arresti di cui 3 ai domiciliari, e numerosi indagati per reati vari legati alle attività dell’assemblea antirazzista di Torino che negli ultimi anni ha promosso iniziative di lotta contro i centri di detenzione per immigrati senza permesso di soggiorno. Tra gli indagati risulta esserci anche Simone P. appena dimesso oggi dall’ospedale dopo il pestaggio delle forze dell’ordine avvenuto in Val di Susa. Quest’operazione “spettacolare” ordinata dalla procura torinese è stata pianificata dal PM Padalino, conosciuto per la sua proposta razzista di schedare tutti gli immigrati con le impronte digitali.
Sicuramente verrà dato ampio risalto a questa notizia sui mass media e la modalità è la solita di sempre: criminalizzare e discriminare.
Tutti gli indagati sono anche attivi e partecipi nella lotta NO TAV e inoltre alcuni sono redattori di Radio Blackout, da sempre una delle poche fonti informative vicina al movimento NO TAV soprattutto nelle ultime settimane.
Alle persone colpite da questa inchiesta, e alla redazione di radio Blackout va tutta la nostra vicinanza e solidarietà che non mancheremo di dimostrare al più presto in occasione di azioni ed iniziative di risposta alla crescente volontà repressiva ed intimidatoria nei confronti di chi dissente e si ribella ai poteri forti.

COMITATO NO TAV NO TIR ALTA VALLE SUSA
PRESIDIANTI SOLIDALI
Riuniti al presidio di susa autoporto nella notte del 23/2/2010

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Solidarietà da Bussoleno
Le voci libere sono voci scomode, specie in tempi come questi, in cui i mass media di regime puntano più che mai, con menzogne e silenzi, a
manipolare le informazioni e ad azzerare la voce ele ragioni delle lotte che risorgono sui territori violentati dalle grandi male opere, nei posti di lavoro, nella scuola, nei luoghi della precarietà e
dell’emarginazione sociale.

Radio Blackout è stato in tutti questi anni e continua ad essere uno
strumento prezioso di comunicazione e di controinformazione quotidiana, anche per la nostra lotta contro il TAV.

Denunciamo come inaccettabile l’attacco intimidatorio a Radio
Blackout,ed esprimiamo totale solidarietà agli arrestati e denunciati.

per il Circolo PRC Meyer-Vighetti di Bussoleno, la segretaria
Nicoletta Dosio

Torino - Arresti e perquisizioni in relazione all’assemblea antirazzista

23 Febbraio 2010

Torino - Arresti e perquisizioni in relazione all’assemblea antirazzista | www.informa-azione.info
Questa mattina, Martedì 23 Febbraio 2010,  alle 6.30 una forte azione repressiva nei confronti di alcuni compagni che frequentavano l’ex assemblea antirazzista torinese, ha visto una ondata di perquisioni, arresti, notifiche di denunce e sequestri.
I capi di imputazione sono dei più disparati, degni dei più pericolosi “criminali” atti a giustificare le manovre sbirresche di questa mattina: stalking nei confronti dei responsabili dei cie, lesioni personali e del patrimonio, imbrattamenti e scorregge alla volta dei politici.
Il risultato di questo forte attacco rimane (per ora):
- tre persone arrestate: Andrea, Fabio e Luca
- tre persone ai domiciliari: Maya, Marco e Paolo
- ventitre persone indagate e perquisite
- un obbligo di dimora
- tre persone perquisite perchè “amici” degli indagati
- una forte perquisizione dei locali di radio blackout, che in questa mattinata ha comportato lo stop del segnale per un’ora, lo stop delle trasmissioni che tutt’ora prosegue e il sequestro di moltissime attrezzature necessarie alle trasmissioni (pc per lo streaming e l’editing dell’audio).
Tutto a cura del prefetto xenofobo e razzista Andrea Padalino e della sottoposta Emanuela Pedrotti, che conosciamo e poco stimiamo…
Il senso per ora, sembra una semplice manovra di censura nei confronti di radio blackout e dei suoi redattori, e per questo l’invito è di rimanere informati, un’occasione potrebbe essere la campagna: “Spegni la censura, accendi blackout.
Solidarietà ai perquisiti, agli arrestati e a tutti quelli che si battono per una libera informazione.

Libertino Scicolone
Per mandare telegrammi i riferimenti sono (186 da telefono fisso)
Andrea Ventrella, Fabio Milan e Luca Ghezzi
Via Pianezza 300, 10151 Torino (To)
Radio blackout fa sapere che, oggi, 23/2 vi sarà una redazione aperta dalle 19.00 nei locali di radio blackout, in via cecchi 21

Radio Blackout sotto attacco
Nel pieno della campagna “spegni la censura, accendi blackout!”, ad un mese dalla scadenza prevista del contratto d’affitto con cui Chiamparino cerca di mettere a tacere una storica voce libera e indipendente della città, Radio Blackout subisce questa mattina un nuovo attacco  censorio e intimidatorio.
Con la scusa di un’operazione di polizia inconsistente, volta a criminalizzare l’Assemblea Antirazzista Torinese, che da mesi organizza appuntamenti pubblici di protesta contro l’orrore dei centri di identificazione ed espulsione, la radio viene di fatto sequestrata per più di 6 ore, impedendoci di andare in onda con il nostro consueto palinsesto di quotidiana contro-informazione. Per più di un’ora è stato anche staccato il segnale radio. Messi sotto sequestro apparecchiature informatiche fondamentali per la quotidiana attività della radio.

La nuova “grande operazione”, fatta di 23 perquisizioni, 3 arresti “cautelari” in carcere e altre 3 custodie ai domiciliari  è costruita, ancora una volta, su reati di scarsissima rilevanza penale: insulti, reati contro il patrimonio, resistenza e violenza a pubblico ufficiale e una generica associazione a delinquere. Tre dei colpiti da questi provvedimenti sono nostri redattori. A ordire la trama contro i “nemici pubblici”, il sostituto Pm  Andrea Padalino, già salito agli onori delle cronache per la proposta razzista di rendere obbligatorie le impronte digitali per gli/le immigrati/e.
Radio Blackout non si è mai sottratta dal denunciare pubblicamente con la propria attività informativa le ossessioni xenofobe di questo pubblico ministero. Non ci stupisce che con la dilatata perquisizione mattutina della nostra sede (e con l’operazione tutta) il Pm in odore di carriera cerchi anche una personale vendetta.

L’indagine si sgonfierà presto, il tutto si risolverà ancora una volta in un nulla di fatto. Ma intanto, attraverso la scusa di misure “cautelari”, s’imprigionano e zittiscono le voci scomode. Per parte nostra diamo tutta la nostra solidarietà agli arresati e denunciati. Come mezzo di comunicazione libero e indipendente denunciamo la pretestuosità di un attacco che giudichiamo censorio e intimidatorio. Un attacco che, guarda caso, cade in un momento  particolare della vita di Radio blackout e della stessa città di Torino. Mentre si preparano le elezioni regionali e l’ostensione della sindone, le contraddizioni che attraversano la città e il territorio circostante restano tutte aperte: crisi, disoccupazione,casse integrazione che volgono al termine, l’opposizione popolare all’Alta Velocità, le ribellioni dentro i Cie, il massacro della scuola pubblica. Si cerca insomma  di normalizzare una delle poche voci libere della città.

Ma Radio Blackout non si fa intimidire  e rilancia: la data di scadenza sul tappo continuiamo a non vederla… Spegni la censura, accendi Blackout!

23 febbraio 2010
La redazione di Radio Blackout

prefetto Padoin: nessuno stop ai sondaggi durante il periodo elettorale

22 Febbraio 2010

in una email ad assemblea Permanente il Presidente della Comunità Montana Bassa Valle di Susa ha fatto sapere che ha incontrato il Prefetto Padoin, uno dei  mandante dei pestaggi durante gli scontri in valsusa 17/2/010 , e che questo gli ha confermato che i sondaggi per fare il Tav non verranno sospesi per il periodo elettorale.
Tav: Prefetto Torino, no a interruzione sondaggi in Valsusa durante elezioni

Torino, 22 feb. - (Adnkronos) - Nessuna sospensione dei sondaggi propedeutici alla realizzazione della Torino-Lione durante la campagna elettorale. E’ quanto e’ emerso dall’incontro tra il Prefetto di Torino, Paolo Padoin, e il presidente della Comunita’ montana Valle Susa e Val Sangone, Sandro Plano, che
nei giorni scorsi aveva richiesto un incontro per esprimere la preoccupazione degli amministratori in tema di ordine pubblico e chiedere l’interruzione dei sondaggi in Valle.

Prendendo atto delle richieste degli amministratori, il prefetto ha informato il presidente  Plano che fin dall’inizio era gia’ stata prevista la contemporaneita’ delle operazioni di sondaggio con le elezioni regionali e l’Ostensione della Sindone (in programma dal 10 aprile al 23 maggio, ndr) e che i programmati tenendo conto dei due eventi.

Il prefetto, pertanto, ha ribadito l’impossibilita’ di interrompere i sondaggi sottolineando che ‘’non e’ ammissibile che tali interventi siano condizionati dall’attivita’ di gruppi di protesta organizzati o dalla presenza attiva di esponenti di centri sociali'’.

presidio di protesta davanti a “La Stampa”, in Via Roma

21 Febbraio 2010

le botte degli sbirri e le fasità dei media Mainstream non fermeranno il movimento No Tav!

mercoledì 24 febbraio 2010
ore 17:00

[No Tav ] Presidio di protesta davanti a La Stampa, Via Roma
Dopo le bugie scritte, anche dal giornale La Stampa,  sugli scontri in valsusa 17/2/010
faremo un presidio davanti alla sede del giornale in
Via Roma, 80
10121 Torino

Mercoledì 24 Febbraio 2010
dalle ore 17:00

Presidio NoTav
Volantinaggio
Spicheraggio
Contro le notizie false di giornali, radio e tv a servizio della questura,
dei politici e dei padroni del Tav.

Movimento ed individualità No Tav Torinesi.
Notav sarà dura Torino e cintura.

fate girare
Grazie

http://notav.eu/
http://www.notav.info/
http://www.notav-norepressione.it/wordpress/?p=439
http://www.notavtorino.org/

BUSSOLENO - Fiaccolata di protesta contro le violenze degli sbirri

18 Febbraio 2010
ATTENZIONE!
CI COMUNICANO DALLA VALSUSA
CHE, DIVERSAMENTE DA QUANTO ANNUNCIATO DAVANTI ALLA RAI, LA FIACCOLATA  dopo gli scontri in Val Susa del 17 Febbraio,  SI SVOLGERA’ NEL COMUNE DI BUSSOLENO
Venerdì 19 Febbraio 2010 Ore 18:00
ritrovo presso  
(piazza del Mercato), a 800 metri dalla stazione ferroviaria. Usciti dalla stazione, percorrere verso SUD la  Strada del Traforo -ss25-, fino al numero civico 74, svoltare a destra e percorrere  il Ponte Guido Gambursano, dove vi porterà sulla piazza.
info treni:
no tav no polizia!!!

scontri in valsusa 17/2/010 da Notav.info

18 Febbraio 2010

La presa di parola della Valle che resiste : notav.info

I TG : notav.info

Palle : notav.info

video sulle cariche della polizia di ieri : notav.info

Botte e feriti a Coldimosso : notav.info

Resistenza NoTav: resoconto 17 Febbraio 2010

18 Febbraio 2010

Questa mattina , Giovedì 18 Febbraio 010

Ore 11:00

Presidio No Tav  davanti alla Rai di Via Verdi a  Torino
finito il picchetto a La Stampa - foto - Indymedia piemonte

aggiornamenti blocco camion de La Stampa - Indymedia piemonte

Blocco uscita camion de La Stampa in solidarieta’ ai NO TAV - Indymedia piemonte

Aggiornamenti No Tav ore [00.15] Giovedì 18 Febbraio- Indymedia piemonte

Aggiornamenti No Tav ore [23.15] del 17 Febbraio  - Indymedia piemonte

Val Susa. Tre No Tav feriti, uno grave. Cariche e blocchi - Indymedia piemonte

trivella a Coldimosso

17 Febbraio 2010

Mercoledì 17 febbraio 2010
Da questo sito gli aggiornamenti riprenderanno, domani, giovedì 18 febbraio, fin dalle prime ore dopo l’alba.
Tenetevi aggiornati tramite   http://notav.eu/

Radio Blackout Torino 105.250 F.M
(A) domani

0re 22:30

Sull’autostrada i nostri sono in attesa di far passare l’autombulanza con sopra Simone diretto alle Molinette



(click per ingrandire la mappa)

ore 22 I nostri sono di fronte alle forze dell’ordine (TANTISSIME) che si stanno schierando sull’autostrada all’altezza dello svincolo del Vernetto/Chianocco.
Immediato concentramento alla rotonda di Chianocco
Dal Pronto di Susa: il ragazzo sente le gambe
La signora è ferita pesantamente alle braccia, alla fronte, al naso e al cuoio capelluto-
Un altro ragazzo oltre a quello portato dall’ambulanza è al pronto soccorso

h. 19.40
Il ragazzo ferito sta per essere portato all’ospedale di Susa.
Qualcuno può andare a prendere e darci informazioni?

h 19.35
Una signora colpita sanguina copiosamente (chi mi riferisce non è riuscit* ad avvicinarsi abbastanza per valutare le ferite)

h.19.12
Le cariche si susseguono, abbiamo dei feriti (uno abbastanza grave).
I nostri sono in un buon numero ma ogni aiuto è bene accetto sul posto o altrove
audio cariche_in_valsusa.mp3

h. 19.00 I nostri sono praticamente a contatto della trivella.
Piccola carica d’alleggerimento da parte delle forze dell’ordine

h. 18.30
L’assemblea ha deciso di far visita alla trivella

foto prese da LA VALLE CHE RESISTE: Correggiamo “LA STAMPA”


  

if (window[’tickAboveFold’]) {window[’tickAboveFold’](document.getElementById(”latency-6765501762002716525″)); }

CHI BLOCCA LE STRADE???

Ecco chi blocca le strade della valle.

Nonostante sui pannelli luminosi dell’autostrada A32 scrivano “CHIUSO PER MANIFESTAZIONE NO TAV”, non è il movimento a chiudere autostrade e strade statali ma bensì….

leggi:Resoconto della nottata

in mattinata:
aggiornamento preso da un’email di assemblea permanente
Riaperta l’autostrada con restringimento di carreggiata direzione Torino. Asportato parte del guardrail e realizzata rampa di accesso all’autostrada dal sito della trivella (sotto il cavalcavia Statale 24). Decine di mezzi sotto il cavalcavia vicino alla trivella, visibili solo da chi transita sull’autostrada in direzione Torino. Presidiati anche la sterrata di accesso al sito di sondaggio al bivio con la SS24 e la stradina a lato del demolitore. Il sondaggio previsto è di 30 metri, quindi in 24 ore possono finire.

4.30 In barba ad ogni regola sulla sicurezza del lavoro (ma ci siamo abituati) la ItalCoge sta completando lo svincolo creato appositamente per permettere il flusso delle forze dell’ordine da e per la trivella Geomont posizionata nel luogo del sondaggio S72.
L’ItalCoge lavora per la Sitaf, anche se qualche tempo fa sui giornali locali si diceva che quei lavori sarebbero dovuti andare ad appalto. A quanto pare invece no: questa ditta continua a fare manutenzione a modo suo sulla A32 (e poi stupiamoci della qualità e del costo dei lavori).

L’appuntamento è per più tardi, tenetevi informati e fate un salto al presidio anche prima dell’assemblea delle 17-17.30.

Un grazie particolare a radio BlackOut, di cui un giorno di questi dovremmo parlare un pochino visto che rischiano la chiusura il 31 marzo.

3.45
Dalla diretta di Radio BlackOut: Le operazioni sul guardrail sono terminate e stanno preparando una piccola rampa per creare l’accesso all’autostrada con un escavatore della ItalCoge.

2.36 La sitaf sta tagliando il guard rail per fare un’uscita apposita per le forze dell’ordine che sono bloccate dai NoTav.

Le forze dell’ordine stanno proteggendo il Sondaggio S72 Susa (Coldimosso)
Il sondaggio è sotto il cavalcavia (dove, andando da Bussoleno a Susa, la statale passa sopra l’autostrada).

I nostri sono arrivati quasi subito. Sono a dieci metri.

aggiornamenti qui,  Fuochi attorno alla trivella, e un racconto di manganellate - Indymedia piemonte

qui:No Tav, la trivella vien di notte… e la polizia si fa strada! : notav.info
oppure http://notav.eu/

occhio alla trivella…

16 Febbraio 2010

SUSA MARTEDI’ 16 FEBBRAIO 010
La trivella a Susa Autoporto S66…è stata smontata e portata via….

I CC che arrivano da Bologna, Roma e Milano devono pur utilizzarli.
Stanotte arriveranno le trivelle a Susa? Sposteranno quella dell’autoporto?
Corrono voci che potrebbero fare il sondaggio S64 nel comune di Susa, ma in realtà bloccando (di nuovo) Mompantero.
Sarebbe troppo bello per essere vero. Vorrebbe dire che di nuovo la storia si ripete.

In ogni caso teniamo gli occhi aperti, vigiliamo e pronti a partire.

Se non è lì è da un’altra parte ma un altro sondaggio provano di sicuro a farlo.
Teniamo il telefono cellulare acceso
Appena ci sarà “l’allarme trivella” diffondiamolo via email, sms e sui siti con pubblicazione aperta tipo http://piemonte.indymedia.org/

Tenete  d’occhio http://notav.eu/



Scheda del sondaggio

Torino. No Tav occupano sala vip della Freccia Rossa. Foto

16 Febbraio 2010

Lunedì 15 febbraio. Per oltre due ore e mezza un gruppo di No Tav ha simbolicamente occupato, incatenandosi, la sala vip della Freccia Rossa, alla stazione di Torino Porta Nuova.

Foto e resoconto

incatenati
incatenati
Altri No Tav, inizialmente pochi poi sempre più man mano che il tam tam No Tav diffondeva la notizia, distribuivano volantini, e facevano comizi volanti con un piccolo megafono. Forte la solidarietà di viaggiatori e lavoratori delle ferrovie che si sono uniti ai cori, hanno chiesto informazioni, e, in qualche caso si sono uniti alla protesta. Alla polizia ferroviaria, subito arrivata sul posto, si è aggiunto un folto gruppo di Digos e, infine, anche la celere in assetto antisommossa.
Intorno alle 20, subito dopo l’arrivo del Frecciarossa, i No Tav pongono fine all’occupazione, e, in corteo - alla testa i quattro occupanti ancora incatenati tra di loro – provano a uscire dall’ingresso principale. La polizia ha intanto bloccato – a tutti, viaggiatori compresi – l’uscita principale e l’accesso ai binari. I No Tav procedono lo stesso, fanno qualche giravolta davanti a quelli dell’antisommossa con casco e manganello levati. Molti presenti gridano indignati per il blocco. Ma c’è poco da fare: il treno crociato li rende furiosi come tori e i poliziotti vogliono caricare. I No Tav si esibiscono in un paio di eleganti veroniche e poi escono da via Sacchi. Il grido No Tav fa vibrare l’atrio della Stazione.

Alla stazione di Torino Porta Nuova ci sono viaggiatori di serie A e viaggiatori di serie B. Per i primi – quelli che prendono il costosissimo treno ad alta velocità – c’è una biglietteria riservata con tanto di sala d’aspetto con divanetti rossi. Per gli altri le code in piedi nella biglietteria dei tuttiquanti. È il viaggio all’epoca del Tav, un’opera pagata da tutti ma riservata ai pochi che se la possono permettere. Per gli altri restano i treni pericolosi, sporchi, sempre in ritardo di un sistema ferroviario che non bada a chi, ogni giorno, viaggia per lavoro o per studio.
La propaganda per il Tav sostiene che chi si oppone bada solo al giardino di casa propria senza farsi gli interessi generali, rappresentati dalle grandi opere. Opere inutili, dannose, pagate con i soldi sottratti ai servizi per le persone.
Da ormai 20 anni, invece, i No Tav si battono per treni sicuri, puliti, a basso prezzo per tutti.
Un’utopia sovversiva in un paese dove conta solo il profitto. Costi quel che costi. Dove pochi lucrano sulla vita dei più. Dove la nuova linea tra Torino e Lyon la vogliono imporre con le armi.

Sotto il volantino distribuito durante la protesta dei No Tav.

Treni sicuri a basso prezzo per tutti
No Tav No Trivelle

Da un mese i No Tav - migliaia di persone da Torino alla Val Susa – hanno dato vita a presidi, bloccato treni e autostrade, fatto informazione e contrastato i sondaggi per la nuova linea ad alta velocità tra Torino/Lyon. Al corteo del 23 gennaio a Susa hanno partecipato 40.000 persone.

Le trivelle le hanno piazzate di notte, impiegando centinaia di uomini in armi. Ogni volta hanno incontrato resistenza.
I media hanno gridato vittoria ma in valle come a Torino abbiamo dimostrato che le uniche ragioni dei si tav sono quelle della forza e, con la forza bruta, la militarizzazione di intere città e paesi, l’imposizione con blindati e manganelli, non faranno molta strada.
Se per fare un buchetto devono impiegare 1000 uomini in armi gli servirà l’esercito per impiantare i primi cantieri.
Quattro anni sono bastati ad incrinare il fronte istituzionale, dove le sirene del potere, del denaro e del prestigio suonano più forti, ma non hanno intaccato un movimento consapevole che velocità, crescita, progresso sono miti utili solo ad aumentare i profitti di chi, ogni giorno, lucra sulle nostre vite, portandosi via la vita e la salute di chi, per campare, deve lavorare.
I No Tav sanno mettere insieme l’autogestione delle lotte, le assemblee che discutono e decidono con l’azione diretta, senza deleghe.

Il Tav – Treno ad alta velocità - è un opera inutile, dannosa, distruttiva.
Un’opera che ha già devastato mezza Italia. Ovunque inquinamento del suolo, rumore insopportabile, perdita di fonti idriche, distruzione irreversibile dell’ambiente, case abbattute, città spezzate in due da muraglioni.
Ogni chilometro di linea costruita in Italia è costato la vita ad un lavoratore.
Una montagna di soldi pubblici sono stati sottratti ai treni per chi lavora, alle scuole per i nostri figli, ad una sanità decente per tutti. Ha guadagnato chi costruisce, la lobby del cemento e del tondino, amici e destra come a sinistra, abbiamo perso noi tutti.

Molti credono che il TAV sia solo un affare valsusino ma sbagliano. Il Tav attraverserà la città, taglierà in due la tangenziale, demolirà case. Ci aspettano decenni di cantieri e di disagi, per far guadagnare i soliti noti.
Cagnardi, l’architetto che ha preparato il progetto per Torino, chiama birilli le case da tirare giù. Nei “birilli” che il Tav incontrerà sulla sua strada, ci abita gente che magari ha fatto fatica a mettere insieme i soldi per una casa che verrà espropriata a basso costo. Quelli cui la casa non la tireranno giù, il Tav se lo vedranno (e sentiranno) sfrecciare sotto il naso.

Ma a noi, alla nostra vita, serve tutto questo?
I dati, confermati anche dai tecnici governativi, dicono di no. Una linea che collega Torino alla Francia c’è già ed è sotto utilizzata: ogni giorno ci passano 78 treni e ne potrebbero passare 210 prima che la linea si saturi.

In questi anni viaggiare in treno, per chi lavora e per chi studia, è diventato sempre più pericoloso, disagevole, costoso. La drastica riduzione del personale si è tradotta in diminuzione della sicurezza, della pulizia, della puntualità. Ma il biglietto è aumentato anno dopo anno. Tragedie come quella di Viareggio si sarebbero potute evitare, ma i soldi pubblici sono stati spesi per la Freccia Rossa, per il trasporto di elite. A Torino Porta Nuova quelli del supertreno hanno una biglietteria e una sala d’aspetto riservate. Per gli altri carrozze sporche, in ritardo, poco sicure.

Nel 2005 le barricate hanno fermato il Tav: i politici gli hanno riaperto la strada.
Fermarli è possibile. Tocca a ciascuno di noi farlo.

No Tav Autogestione – Torino
notav_autogestione@yahoo.it – 338 6594361

no tav 1
no tav 1

no tav 2
no tav 2

Freccia club eurostar
Freccia club eurostar

volantini
volantini

no tav 3
no tav 3

Torino e cintura. Sarà dura
Torino e cintura. Sarà dura

Si schiera l'antisommossa
Si schiera l’antisommossa

no tav 4
no tav 4
incatenati in corteo
incatenati in corteo

azione pacifica NoTav presso la sala VIP Freccia Rossa/Biglietteria di Torino Porta Nuova

15 Febbraio 2010

lunedì 15 Febbraio 010

arriva un sms alle ore 18:23:

NO TAV INCATENATI PER PROTESTA NELLA SALETTA VIP/BIGLIETTERIA DELLA FRECCIA ROSSA ALLA STAZIONE DI PORTA NUOVA. LA POLIZIA STA ARRIVANDO.
NO TAV
NO TRIVELLE
NO ALLA MILITARIZZAZIONE!
VENITE A DARE SOLIDARIETA’.


aggiornamento ore 18:58:

SONO ARRIVATI ORA UNA CINQUANTINA DI SBIRRI IN TENUTA ANTISOMMOSSA…
I NO TAV SONO SEMPRE INCATENATI E AMMANETTATI ALL’INTERNO DELLA SALETTA VIP/BIGLIETTERIA.
VENITE A DARE SOLIDARIETA’

 

ore 19:30 aggiornamento:
la polizia è arrivata, ma la situazione per ora è tranquilla

Non indossano i caschi ed è già una buona premessa…

I solidali fuori dalla biglietteria sono però circondati dalle forze dell’ordine…

 

ultimo aggiornamento:

Terminata l’azione pacifica.

Gli incatenati si sono liberati volontariamente.

Non ci sono stati fermi e, per ora nè denunciati.

Fra poche ore ci sarà un resoconto  da parte degli autori dell’iniziativa.

Torino Porta Susa: Presidio NoTav/Aperitivo/Assemblea/Volantinaggio

14 Febbraio 2010

Mercoledì 17 febbraio 2010

alle 17

Appuntamento davanti all’entrata della stazione di

Torino Porta Susa

Punto info, volantinaggio, spicheraggio, aperitivo autogestito -ognuno porta qualcosa -  

assemblea popolare.

Individualità del Movimento Torinese NoTav
No tav Sarà dura Torino e cintura
Per tutte le info sulla lotta contro l’alta velocità ferroviaria ed il suo movimento:
http://notav.eu/
http://www.notav.info/
http://www.notav-norepressione.it/wordpress/?p=439
http://www.notavtorino.org/

[Torino Piazza Castello] Pomeriggio Musicale Contro Sgomberi e Repressione.

13 Febbraio 2010

Sabato 20 Febbraio 2010

fate girare la voce copiate ed incollate inviate email faxxx postatelo sul vostro sito, blog, Fb ecc… GRAZIE!!!!

torino_piazza_castello_sabato_20_febbraio_010.jpg
Sabato 20 Febbraio 2010

Torino Piazza Castello -di fronte al Palazzo della Regione Piemonte-

Pomeriggio musicale contro gli Sgomberi e la Repressione

dalle ore 14 alle 20:00

suoneranno:

I Terribili
Kutfaces
El Tres
Mao e i Santa Barba
Samuel & Max Casacci (D.J Set Track Subsonica)

cibo e Bar Benefit Inguaiati con la legge

Porta la Tua distro ed il banchetto.

Per chi non potrà raggiungerci ci sarà la diretta streaming

di  Radio Blackout

o sui 105:250 fm -a Torino-

Related Link: http://www.tuttosquat.net

susa nuovo corteo attorno alla trivella

12 Febbraio 2010
venerdì 12 febbraio 2010L’assemblea svoltasi ieri sera dopo il riuscitissimo corteo ha deciso per acclamazione di replicare il tutto questa sera.

Appuntamento al presidio di Susa alle ore 21.00, portare qualunque cosa possa far rumore.

Facciamo girare il messaggio il più possibile, ieri sera eravamo più di 1000 nonostante il tempo impossibile, questa sera possiamo essere ancora di più! partecipate e fate partecipare

no tav

in solidarietà con Radio Blackout sfrattata dal sindaco Sergio Chiamparino.

11 Febbraio 2010

campagna in solidarietà con Radio Blackout

Torino Porta Susa: Presidio NoTav/Aperitivo/Assemblea/Volantinaggio

11 Febbraio 2010

Mercoledì 17 febbraio 2010

alle 17
Appuntamento davanti all’entrata della stazione di

Torino Porta Susa

Punto info, volantinaggio, spicheraggio,
aperitivo autogestito -ognuno porta qualcosa -
 assemblea popolare.

Individualità del Movimento Torinese NoTav

No tav Sarà dura Torino e cintura
Per tutte le info sulla lotta contro l’alta velocità ferroviaria ed il suo movimento:
http://notav.eu/

http://www.notav.info/

http://www.notav-norepressione.it/wordpress/?p=439

http://www.notavtorino.org/

susa GIOVEDì 11 FEBBRAIO: FIACCOLATA ATTORNO ALLA TRIVELLA

11 Febbraio 2010

Susa Giovedì 11 febbraio 2010

Mappa dei sondaggi ambientali - Susa

All’assemblea tenuta ieri sera all’autoporto di Susa è venuta la proposta di trovarci questa sera, Giovedì 11 Febbraio alle 21.00 per una fiaccolata rumorosa. E’ stato ripetuto più volte che la trivella non può e non deve lavorare come se nulla fosse.Oltre alle fiaccole portare pentole e tamburi e qualunque cosa faccia rumore. Il percorso è quello di due sere fa che ci porterà a sfilare a fianco della trivella. E’ importante essere in tanti, quindi fate girare il messaggio in tutti i modi possibile. Naturalmente sarà un corteo tranquillo e pacifico ma molto rumorso e per questo anche molto molto fastidioso per chi viene a occupare la nostra terra con blindati e divise
…a sarà dura, ma sempre più per loro.

presp da http://notav.eu/

Susa: Mart 9 Febb. E’ arrivata la trivella

9 Febbraio 2010

Il Corteo sta tornando al presidio No Tav Autoporto di Susa dove si svolgerà un’assemblea, che avrà inizio verso le 21:00

Aggiornamento da RadioBlackout Ore 19:15

Una compagna ha raccontato che la polizia quest’oggi ha ha usato la violenza per fronteggiare il popolo Notav in corteo, picchiando anche le donne che solitamente tengono lo striscione in prima fila.

Aggiornamento Blocco

da un sms @ ore18:56

Il corteo No Tav ha superatoil bloco di poliziaed è arrivatosulla statale25 davanti alla trivella.

Ora il corteo è dinuovo in autostrada.

martedì nove febbraio ore 18:20

Nuova trivella a Susa: bloccata l’autostrada, la polizia carica, i No Tav resistono!

da un sms

No Tav sullo svincolo autostrada a Susa, sulla  Torino Bardonecchia.

Volano manganellate…

Parte la seconda campagna
di sondaggi in Val di Susa

Nuovo concentramento di truppe negli alberghi della zona.
Dove arriveranno le trivelle questa notte?
Teniamo gli occhi aperti.



h 2.22 Polizia all’autoporto e molta ne circola in giro.
Stando ad alcune voci ci sarebbero un paio di camion con del materiale da cantiere pronti (ma non ho conferma diretta)


h. 2.45 E’ martedì e sono di nuovo arrivati a Susa!
Alle due di questa mattina Mortola&iboys sono di nuovo arrivati a Susa. Per ora sono in parte (3 camionette) all’autoporto e il grosso è concentrato all’uscita dell’autostrada sulla statale 25.
Hanno appena piazzato la trivella sul parcheggio dei pulman olimpici in alto di fronte alla pizzeria.(sito non previsto per i sondaggi)
Appuntamento a SUSA al presidio

Tanto per orientarsi un po’ nel groviglio di strade e autostrade




Ultime novità dal presidio: (da diffondere tra i comitati)
NON DIFFONDETE ALTRE VERSIONI O FALSI ALLARMI PER FAVORE
abbiamo da poco parlato con i vertici della questura presenti qui; ci dicono che sono qui per presidiare la trivella, ma non hanno intenzione di irrompere nel presidio ( mi sembra ovvio); non ci hanno lasciato andare a vedere la trivella ma dicono che più tardi sono disponibili per far passare una delegazione di amministratori.
I presidianti riuniti hanno deciso quanto segue:
Si fa partire l’allarme non prima delle 6.00 invitando la gente a venire alle 8.00 e fermarsi qui durante il giorno possibilmente; alle 17.00 si chiama tutti qui per un assemblea sil da farsi.
Al presidio per ora siamo tranquilli, c’è abbastanza gente sveglia a presidiare…
Invitate tutti ad ascoltare radio blackout (105.250 fm o www.radioblackout.org) a partire dalle 6.00 - 6.30
Prepariamoci per una giornata lunga


Susa 9 febbraio 2010 h 4.10

TORINO PORTA NUOVA: presidio NoTav aperitivo/assemblea

7 Febbraio 2010

Mercoledì 10 febbraio 2010

alle 17

di fronte alla stazione di Torino  Porta Nuova

-Corso Vittorio Emanuele Via Sacchi-
Punto info, aperitivo autogestito -

ognuno porta qualcosa - e assemblea popolare.

Movimento Torinese NoTav

dialogo intorno al tricolore

7 Febbraio 2010

da http://arivista.org/
Bruciare il tricolore o no?

di Daniele Ferro

Il 4 novembre 2009, a Torino, nel corso di un’iniziativa anarchica contro la Festa delle Forze Armate, è stata bruciata una bandiera italiana.

La cosa ha avuto un certo risalto nei mass-media. Per quel fatto sono stati denunciati alcuni manifestanti.

Un lettore ci ha inviato l’intervento che pubblichiamo qui sotto: secondo lui, si è trattato di una stupidata, perdipiù controproducente. Per favorire il dibattito, abbiamo fatto leggere il suo scritto ad altri compagni e compagne, alcuni dei quali ci hanno inviato il loro contributo. Li potete leggere in coda.

«CESARE – Ma come la farete questa rivoluzione, se siete quattro gatti?

GIORGIO – È possibile che siamo solo in quattro. A voi giova sperare, ed io non voglio togliervi una così dolce illusione. Vuol dire che ci sforzeremo di diventar otto e poi sedici… Certamente il nostro compito, quando non vi sono occasioni di far meglio, è quello di far la propaganda per riunire una minoranza di uomini coscienti che sappiano quello che devono fare e che siano decisi a farlo» [p.118, Dialoghi sull’anarchia, Gwynplaine edizioni, 2009. Corsivi miei].

Queste battute fanno parte di un dialogo che Errico Malatesta scrisse nel 1914.

È passato quasi un secolo e alcuni anarchici non hanno ancora capito che la comunicazione è il primo aspetto da tenere in considerazione per la costruzione di una società anarchica.

disegno di Roberto Ambrosoli

L’anarchismo e l’opinione pubblica
Alla fine di ottobre, siccome la redazione mi aveva spedito qualche copia in più di “A”, sono andato in una libreria di cui sono cliente: «Posso proporvi di esporre una rivista?» – «Certo». Quando ho iniziato a spiegare di che rivista si trattasse, la ragazza mi ha gettato addosso uno sguardo tra l’imbarazzato, il ridicolo e il timoroso. Ma sono uscito dalla libreria poco dispiaciuto, perché sapevo già come sarebbe andata a finire.

Ancora oggi, l’anarchico è visto come l’attentatore, il violento.

Se i cittadini hanno un’idea distorta degli anarchici un motivo ci sarà. Se tralasciamo il fatto che la nostra storia sia taciuta e che gli anarchici siano vittime di una campagna diffamatoria che forse ha avuto il suo apice nell’arresto di Valpreda dopo la strage di piazza Fontana, il motivo è che alcuni anarchici compiono azioni che incutono paura. Non ai “padroni”, cosa che sarebbe ovvia – visto che loro sbiancherebbero al solo pensiero di una società senza autorità quale noi desideriamo – ma ai semplici cittadini.

Cioè sono gli stessi anarchici, perlomeno alcuni, gli agenti della propria infamia.

Siccome i cittadini, non per colpa nostra, hanno paura o perlomeno sospetto verso gli anarchici, sarebbe opportuno non tirarsi pure la zappa sui piedi. Sarebbe opportuno fare – e non fare – il possibile affinché i cittadini capiscano che «anarchia non vuol dire bombe ma giustizia, amor, libertà», come canta “La ballata del Pinelli”.
Fiamme stupide
Credo che bruciare la bandiera italiana – come è stato fatto a Torino il 4 novembre per denigrare la fascistoide “Giornata delle Forze armate e dell’Unità nazionale” – sia un gesto stupido, cioè poco intelligente: di lì a poco, chi come me si fosse connesso alla pagina on-line de la Repubblica, avrebbe letto la notizia nelle brevi. Naturale.

Ho voluto approfondire, consapevole che «anarchico» è un’etichetta che i mezzi di comunicazione pinzano addosso alle persone con troppa faciloneria. Purtroppo era vero: su Indymedia Piemonte si leggeva che «qualche anarchico, senzapatria e disertore di tutte le guerre, ha voluto ricordare con una fiamma i massacri che ieri come oggi vengono fatti sventolando la bandiera bianca rossa e verde. Fuoco al tricolore! No a tutte le guerre! No a tutti gli eserciti!».

Io sono diventato anarchico a poco a poco: tra l’altro, ho mosso i primi passi anarchici proprio scendendo in piazza per dire no a tutte le guerre.

Rido (e piango) se qualcuno prova a tessermi le lodi della “patria”.

Mi viene il nervoso solo a vedere una mimetica.

Mi scende il latte alle ginocchia quando sento la voce retorica del Quirinale.

Ma mai mi sognerei di bruciare il tricolore. Perché so che sarebbe non solo inutile, ma anche controproducente.

Vorrei chiedere all’anarchico che ha bruciato la bandiera a che cosa siano servite quelle fiamme (eccetto l’apertura di un’indagine da parte della Digos, ma anche questo era largamente prevedibile).

Forse per avere visibilità? E allora proviamo a smettere i panni degli anarchici e ad indossare quelli del cittadino “qualunque”. Come considereremmo quel gesto? Probabilmente penseremmo che è il sintomo di una volontà di violenza. Come molti, poveretti, credono ancora che fumando una canna si finisca col bucarsi d’eroina, così bruciare la bandiera potrebbe essere considerato il primo passo per attentare alle istituzioni.

O forse chi ha bruciato la bandiera crede davvero che la violenza sia un modo per arrivare alla società anarchica (in tal caso, a mio parere sarebbe rimasto fermo a poco più dell’Ottocento).

Non so darmi altre possibili spiegazioni: o la visibilità o la violenza.

Mi si dirà: ma perché bruciare la bandiera sarebbe un atto di violenza, a chi fa male? Non fa male a nessuno fisicamente, ma sentimentalmente sì.

Se qualcuno mi dice che anarchia è merda, è come se mi stesse dando un pugno. E così accade per chi, in buona fede (non facciamo quelli che considerano i non anarchici degli idioti) prova affezione per il tricolore. Non perché sia nazionalista, ma perché – ne sparo una qualunque – sin da bambini ci viene detto che quella bandiera rappresenta gli italiani. Perché il sentimento nazionale non significa più, per la maggioranza dei cittadini, ostilità nei confronti delle altre nazioni: il tricolore è semplicemente – anche se stupidamente – un simbolo di identità.

M’è balenata una terza ipotesi. Forse quel gesto è stato un impulso, un impeto che ha portato a non pensare cosa sarebbe successo in seguito (la pubblicazione della notizia, il probabile “oh ma che palle questi anarchici” degli italiani, la denuncia). E vabè, in tal caso la faccenda sarebbe chiusa perché tutti combiniamo cazzate.

Però sono più propenso a credere che invece sia stato un gesto ben consapevole.

Un atto che, tra l’altro, ha coperto una fantasiosa trovata degli stessi anarchici torinesi: prima che venisse bruciato il tricolore avevano inscenato «un plotone di soldati caricati a molla» (ancora da Indymedia).
Ripensare la “propaganda”
Io lo slogan non l’ho cantato perché ho 25 anni, ma so che una volta si diceva «la fantasia al potere». Ecco, noi il potere non lo vogliamo, mettiamoci almeno la fantasia.

Perché dovremmo discutere seriamente, compagni, su cosa ne vogliamo fare di questa anarchia.

Vogliamo vivercela per sempre in solitudine, o se va bene in quattro gatti (neri)?

Vogliamo aspettare che le persone si innamorino dell’anarchia per caso (come è successo a me: per caso ho scoperto questa rivista e così – insieme alle manifestazioni di piazza – sono diventato anarchico)?

Oppure crediamo che l’anarchia sia l’evoluzione dell’umanità, ma che questa evoluzione vada raggiunta sulla continua spinta di chi anarchico ed anarchica lo è già?

Non sono il solo a credere che difettiamo gravemente nella comunicazione.

Dario Scella, sul numero estivo, scriveva che «da qualche anno […] si sta rischiando di perdere di vista questo punto fondamentale: il sapersi adattare ai tempi e alle situazioni, per comunicare meglio con le persone».

E nel numero di novembre Marco Gastoni affermava che «il nostro movimento fatica a raccogliere energie all’esterno».

Ne dovremmo discutere seriamente, compagni. Con fantasia.

Perché la società è in sempre più veloce cambiamento, e così – al di là delle ottime pubblicazioni, quali questa rivista e quelle delle varie case editrici libertarie – devono cambiare i nostri metodi di “far la propaganda”. Che è il nostro compito fondamentale, ammoniva Malatesta.

Altrimenti, come poesiava splendidamente Francesca Dipierro nel numero di ottobre, finiremo «nella nostra solitudine di chi parla e piange al muro, di chi muore con un ideale».

Sarebbe bello diffonderlo quell’ideale, prima di morire.

Cahier d’un retour (impossible) au pays natal.
E molte aurore ancor non sono aurora gveda

Parigi, 1939

L’Europa va alla guerra –i suoi cieli oscurati dalle bandiere- lo sterminio degli Ebrei è ancora lontano, e sconosciuto. Con la solitaria veggenza dei grandi poeti, Aimée Césaire (1) pubblica il suo Diario di un ritorno al paese natale: la ribellione che cova nel petto di generazioni di schiavi negri deportati nelle piantagioni del Nuovo Mondo trova la propria espressione più creativa. Come pugni felici le decine di sorprendenti neologismi che manipolano una lingua fino allora d’oppressione – il francese – voltandola nel suo opposto: Césaire inventa una parola nuova per chi non può più parlare quella degli avi – troppo tempo, troppe galee, nel frattempo – né vuole piegarsi a quella, senza memoria, del colonialista. Una terza possibilità, una ribellione dalla secolare schiavitù che non faccia semplicemente appello alle radici, ad origini perdute (come scriveva Michel Foucault (2) il racconto di un’origine è sempre una teogonia, sta dalla parte degli dei, in un immaginario mattino del mondo, “prima della caduta”) che unificano nell’atto stesso di separare da quanti, egualmente oppressi, non le condividono geograficamente e politicamente (nel senso primario dei confini), ma un balzo in avanti, la creazione di una lingua per una comunità nuova, che conservi la memoria dei viaggi – di tutti i viaggi- forzati.

Sono le catene, le galee, gli insulti e lo scudiscio dello schiavista, le tempeste che lasciano in mare migliaia di corpi senza nome, i ricordi del paese che, con la distanza, perdono definizione diventando struggenti sinestesie a ri-coniugare le parole nella penna di Césaire e a prendere corpo in una lingua senza patria, perché è la lingua del viaggio: come se per la prima volta si desse ascolto non tanto al prima – un passato felice – né al poi, sommamente infelice, di schiavi, ma a ciò che sta tra la partenza e l’arrivo. Césaire è noto per l’invenzione della parola négritude, ma il suo neologismo più bello è un altro, ed è intraducibile. In un altro poema, una lettera aperta all’amico Depestre, che rimprovera per l’adesione acritica alla linea del Partito Comunista Francese, esortandolo domanda:

marronerons-nous Depestre, marronerons-nous?
Nella nostra lingua esiste «marrone», ma niente di più inadatto a tradurre il verbo césairiano. La “marronizzazione” (il meticciamento, o la creolizzazione) non è un colore comune, uniforme, non è un’identità, non ha una bandiera. L’antropologo Geertz Clifford (3), uno dei migliori eredi contemporanei della scuola dei Cultural e Post-colonial Studies ha tentato di ricostruire la formazione del verbo marroner… Lo spagnolo cimarron (selvaggio) deriva dall’antico ispanico cima: la sommità di un monte, un luogo, anche, in cui nascondersi se si sta fuggendo. Da qui l’inglese maroon, cioè lo schiavo che fugge. Di nuovo, il riferimento è alle fughe degli schiavi africani che, quando le galee giungevano in vista delle Antille, spesso si sollevavano e fuggivano. Si buttavano in mare, e nuotando disperatamente, rischiando gli squali, l’inedia, gli scogli, i flutti feroci dell’oceano, a volte raggiungevano un’isola nuova, dove vivevano da uomini liberi. Scampati al naufragio sperimentavano una libertà inusuale, non solo dallo schiavista, ma pure, paradossalmente, dalle proprie vecchie origini. Ecco dunque, a mio parere, l’unica traduzione possibile dell’incitazione di Césaire all’amico Depestre:

“dimmi, Depestre, scapperemo, scapperemo-come-schiavi-in-fuga-verso un’isola-nuova?”

Scapperemo dai francesi che ci hanno sequestrati, noi e i nostri avi, per generazioni, persino dalla loro lingua; dalle catene dei padroni che ci hanno imprigionato le menti prima che i corpi

(…) e il negro fustigato che dice “Scusa padrone”…Guardate, sono abbastanza umile? Ho abbastanza calli alle ginocchia? (4)

Ma, ancora..scapperemo anche dai nostri falsi miti identitari, che certamente ci hanno permesso a volte, nelle difficoltà, di restare in vita, e che però, poiché ciò che ci unì nel dolore, ora ci divide, rischiano di incatenarci più che le galee?

Rifiuto di presentare i miei gonfiori/ Come autentiche glorie./ E rido delle mie antiche puerili ossessioni. No, non siamo mai stati amazzoni del re Dahomey, né principi del Ghana con ottocento cammelli, né dottori a Timbuctu mentre era re Askia il Grande, né architetti di Djénné, né Madhis, né guerrieri. Noi non ci sentiamo sotto l’ascella il prurito di coloro che una volta tennero la lancia. E poiché ho giurato di non nasconder nulla della nostra storia, voglio confessare che siamo stati in ogni epoca lavatori di piatti abbastanza meschini, lustrascarpe senza importanza, nel migliore dei casi, stregoni abbastanza coscienziosi e il solo indiscutibile primato che abbiamo battuto è quello della resistenza alla frusta (5).

Césaire sa bene di toccare un punto dolente, e di rischiare l’impopolarità; sa che la lingua degli avi, i loro miti, i costumi, la storia e persino un certo qual concetto di nazione, e di gloria nazionale, benché mai esistiti davvero (ogni tradizione è una tradizione inventata, per rubare un’espressione felice allo storico Eric Hobsbawm) sono stati un importante serbatoio di resistenza, durante i secoli della schiavitù. Ma ciò che è servito forse a resistere, come un’arma a doppio taglio, diventa poi un ostacolo per la creazione di un mondo radicalmente nuovo, un’altra autorità da disertare dunque, senza nostalgia: Césaire sa che ogni patria, perduta, immaginata, sognata, ogni nazione, coi propri miti fondativi, è principio di oppressione e di esclusione di coloro che, pur dividendo le stesse galee, non condividono le medesime tradizioni inventate. No, non siamo mai stai amazzoni del re Dahomey… e dunque, e ancora, marronerons, marronerons-nous?
Atene, V sec. a.C., circa

La città sta cambiando irreversibilmente, l’idea di una patrios politeia, e di una polis-culla della civiltà e della democrazia è ormai in crisi. Per alcuni inizia a farsi strada l’incontestabile certezza che le guerre persiane e la paura dei “barbari” siano state solo un alibi per la politica spregiudicata e imperialistica di Pericle, mirante in realtà alla mera egemonia sulle altre città greche. Tra loro Euripide, l’ultimo e il più oscuro, per biografia e critiche, dei grandi tragediografi greci. È Medea, una delle sue tragedie più note e ripercorse dalla letteratura e dal cinema nei secoli a venire, la seconda tappa del nostro viaggio immaginario fuori da ogni patria.

La storia è nota: Giasone, eroe greco, per riconquistare il trono di Corinto deve impossessarsi del vello d’oro, la pelle di un montone dalle virtù magiche custodito dal padre di Medea, re di una terra lontana. La donna si innamora follemente di lui, e travolta dalla passione, lo aiuta nell’impresa tradendo ogni affetto, inganna il padre, fa uccidere il fratello, e infine abbandona la sua terra e scappa con l’amato. Ben presto questi la tradirà: promesso sposo ad una donna più conveniente, perché greca, abbandonerà Medea, che sconvolta dalla rabbia non esiterà ad uccidere i figli avuti con lui, per darsi, infine, di nuovo alla fuga, sul carro del Sole, stavolta verso una destinazione sconosciuta.

Medea non è greca. È un’orientale che ha per parenti femmine pericolose almeno quanto lei (sua zia è la maga Circe, quella che trasformava gli uomini greci in porci ed altri prosaici animali). I suoi dei, i suoi costumi, i suoi sacrifici, persino i suoi sentimenti, così smodatamente eccentrici rispetto al “giusto mezzo” aristotelico, non sono quelli di Giasone. Essa è fin dal principio destinata, per questo, a subire il tradimento (6) (è il vecchio “mogli e buoi dei paesi tuoi”…) e a consumare la tragedia. Non può restare nella vecchia patria: per passione l’ha tradita, e tradito la famiglia. Di nuovo un viaggio, per mare. Ignoto e speranza. Poi la delusione. Infine, respinta dalla nuova patria, un’altra partenza. Apparentemente i Greci furono un popolo molto ospitale, di artisti e filosofi. Parlavano una lingua complessa e precisa. Talmente ospitali che la parola xenìa, cioè ospitalità, apparteneva alla medesima sfera semantica di xénos, straniero. Dunque straniero ed ospitalità come facce di una stessa medaglia. Avevano addirittura un emblema, un suggello materiale dell’ospitalità, il symbolon, da cui il nostro “simbolo”, dal verbo sum-ballo, “metto insieme”: si trattava di un coccio che il padrone di casa, alla partenza dell’ospite straniero, divideva in due parti, tenendone una per sé e l’altra donandola al viaggiatore;in questo modo, anche a distanza di anni, rincontrandosi, si sarebbero riconosciuti, facendo combaciare le proprie metà.

Già, peccato che xenoi, stranieri in questa accezione, fossero soltanto i greci di altre città. Agli stranieri per davvero, i non-Greci, era riservato un altro nome: barbaros. Questo derivava da un’onomatopea, cioè da una presa per il culo: alla lettera, il barbaro era quello che faceva bar bar, emetteva suoni ridicoli e incomprensibilmente lontani dall’aurea parlata ellenica.

Medea era una “barbara”, dunque, e non uno “xena”: nessuna ospitalità poteva essere riservata ai suoi modi così diversi, così stranieri. Euripide, il tragico che vive con disagio i mutamenti storici e sociali della propria città, in cui l’esaltazione patria e democratica prende le forme ambigue e “proto-mediatiche” della sofistica e dei processi per ateismo (7), e che non esita, anche lui, a disertare la patria negli ultimi anni della sua vita, accogliendo l’invito di Archelao, re di Macedonia, sa che non è ancora il tempo che la storia di una barbara possa finir bene….
Torino, intorno al 2 novembre, 2009

Avrei potuto anch’io citare Malatesta, quello lucidamente critico dell’ideologia della patria (e di ogni sua bandiera), che ben conosceva la pervasività a livello dell’immaginario di certi simboli, o quello straordinariamente problematico e meravigliosamente ironico del ’22….la gente vuole vivere il giorno della rivoluzione, ma pure il giorno dopo… Ma ho preferito non farlo. Qualcosa di irresistibilmente vicino allo spirito anarchico – se ne esiste uno – mi ha sempre reso insofferente nei confronti dell’autorità, fosse anche quella delle fonti “giuste”. Hanno sempre rappresentato, per me, un modo facile di chiudere la partita con gli interlocutori, un modo antipatico di definirsi più anarchici degli altri, ma soprattutto ho sempre trovato le fonti giuste (non in sé e per sé, beninteso, ma citate in un certo modo) terribilmente noiose. Noiose come tutti i padri, della patria, delle idee o delle Rivoluzioni (e anche di famiglia). I padri, quelli buoni, non vanno citati, ma traditi cioè, secondo la duplicità originaria del termine, tradotti. Nel presente, e preferibilmente senza troppe virgolette.

Ci sono cose che non sono mai cambiate nella sostanza pur nelle mille metamorfosi subite attraverso i secoli. Una di queste è la funzione dell’amor di patria, catalizzato dalla bandiera nazionale, almeno da quando hanno cominciato ad esistere gli Stati-nazione. Quando ho passato un pomeriggio intero a cercare la bandiera per poterla bruciare insieme il giorno della festa delle forze armate, e ho fatto fatica a trovarla, a tardo pomeriggio, in un posto sperduto all’estrema periferia della città, dove le strade cominciano a non essere più asfaltate, ho pensato che forse, negli italiani, di amor patrio ne era rimasto ben poco. La legge del mercato, della domanda e dell’offerta, sembrava non lasciare dubbi: pochi la chiedono, pochi la vendono.

Non è così. Di fronte alle crisi, le persone tornano ad aggrapparsi a un sentimento molte volte indistinto, talaltre apertamente razzista, di disagio, insofferenza, colpevolizzazione, demonizzazione dello straniero. Le fabbriche chiudono. È colpa della Cina e dei suoi tarocchi! Non c’è lavoro. È colpa degli immigrati, troppi! Le strade fanno schifo e non esco volentieri, la sera: sono i rumeni ubriachi e stupratori, o gli islamici, che appena si bevono una birra… Quando le cose vanno male improvvisamente ci sentiamo italiani, italiani contro qualcun altro (per la verità anche quando le cose vanno molto bene cioè ai Mondiali di calcio ma solo se la Nazionale vince). Nella disinformazione generale, e in un disinteresse spesso collettivo, ci dimentichiamo di tutto, anche di noi pochi decenni fa, di chi eravamo, e di quanto stranieri fossimo per gli altri. È la solita storia. Dell’amor di patria, e della sua bandiera, che serve a mascherare il principio di ogni governo: lo sfruttamento. Questo, da che Malatesta ne scrisse, non è mai cambiato. Se la mia fosse una lettera “giusta”, adesso dovrei aggiungere che lo Stato della bandiera bruciata stringe accordi con un dittatore africano per riprendersi gli immigrati che non vuole, e per metterli in sordidi lager ai margini del deserto dove, nati nell’anonimato, tornano per morire senza nome. Dovrei aggiungere che questo è lo Stato dei respingimenti al largo di Lampedusa – non gli scogli di Argo, o quelli lavici delle Antille, ma le spiagge del Salento – che questo è lo Stato che continua, nel XXI secolo, a mandare soldati in cerca del posto fisso a uccidere e depredare e violentare e, a volte, a farsi uccidere pure loro, per qualche euro in più a fine mese, e che sul supposto eroismo di questi supposti martiri da sempre imbastisce interessi e stringe accordi di tutt’altra natura. Che questo è lo Stato dei CIE, e che è stato fascista e poi, da un giorno all’altro, ha indossato vestiti democratici puliti senza nemmeno aver finito di lavarsi. Che è lo Stato delle Stragi dello Stato, e degli omicidi dello Stato. Ma la maggior parte di queste cose, che causano struggimento e rabbia, e che dobbiamo continuare a ricordare, ogni giorno, non distinguerebbero il mio da un discorso schiettamente democratico, forse anche, persino, onestamente liberale. E infatti, il punto, il cuore, non è in tutte queste cose: perché se per assurdo potesse esistere uno Stato “giusto” resterebbe anche allora, come tale, ingiusto, e inaccettabile. Non esiste una patria buona, perché non esiste un’identità collettiva, fissa, rigida, che debba valere per tutti, che sia buona. Essa è, immediatamente, falso principio di esclusione e di separazione. E falso perché, sotto i panni dei costumi, delle leggi, dell’amor patrio comune a certi e diverso da quello degli altri, resta la vera sostanza comune: che qualsiasi governo non è che lo strumento dei padroni, per asservire e depredare la “maggioranza laboriosa”, per gustare i frutti del lavoro altrui, sempre estorto, a maggior ragione quando non ce n’è o ce n’è poco. La patria continua, oggi, a dividerci. Ci sono galee italiane e galee africane, o cinesi, o indiane, o rumene. Ma sono galee, e sono catene.

E noi dobbiamo ancora spezzarle, e ancora prendere il largo. Anche questo è bruciare, nel 2009, la bandiera. Certo il gesto, da solo, non basta. Ma le persone che si sono trovate in piazza, quella sera, per come e quanto possono, battono le strade, i giorni e le notti, parlano con le persone, le più svariate, a volte è un mercato abusivo che vogliono sgomberare, a volte un giro sui bus, per avvisare delle retate ai danni dei clandestini con la complicità dei controllori, a volte sono riunioni lunghe, quando si è tutti stanchi, per decidere il da farsi. E allora quel gesto vale qualcosa, vale di più. Il rischio della deviazione riformistica è sempre in agguato. A volte sono le biografie private di ognuno di noi a mettercelo davanti, le difficoltà quotidiane, un po’ di stanchezza, un po’ di paura per sé e per il proprio futuro: ed ecco il rischio, pensare che si potrebbe anche continuare a pensare nello Stato, nella logica dello Stato, della patria, per migliorarla, da dentro.

Bruciare la bandiera ricorda da dove veniamo, e dove vogliamo andare, anche se spesso sembra la più lontana delle isole. E ci ricorda che ormai siamo in mezzo al mare, e stiamo nuotando, e non ci è più possibile, il “ritorno al paese natale”, e che non lo vorremmo, per ciò che è stato ma pure per ciò che sarebbe, anche se fosse un paese “buono”, sappiamo che “No, non siamo mai stati amazzoni del re Dahomey, né principi del Ghana con ottocento cammelli, né dottori a Timbuctu mentre era re Askia il Grande, né architetti di Djénné, né Madhis, né guerrieri”. E per quei molti, che provano ancora un certo confuso senso di sacralità, di fronte alla bandiera, una forma di feticismo, come un riflesso incondizionato, è’ la “voce del padrone” che, sinuosa come un’ideologia prende, tra le altre, ancora questa forma, per far dire, come allo schiavo di Césaire “Guardate, sono abbastanza umile?”.

Abbiamo ancora bisogno di fare molte cose. Forse anche troppe. Ma bruciare il tricolore è ancora una di queste, perché Noi non ci sentiamo sotto l’ascella il prurito di coloro che una volta tennero la lancia. E poiché ho giurato di non nasconder nulla della nostra storia, voglio confessare che siamo stati in ogni epoca lavatori di piatti abbastanza meschini, lustrascarpe senza importanza, nel migliore dei casi, stregoni abbastanza coscienziosi e il solo indiscutibile primato che abbiamo battuto è quello della resistenza alla frusta (8).
Un marrano.

Valentina

p.s. Va bene che non esiste il decalogo dell’anarchico perfetto, ma tra le cose che non si possono dire, perché non si possono nemmeno pensare, è che la denuncia per vilipendio sia “prevedibile”, qualcosa che ci si potrebbe “aspettare”. Bruciare una cosa, anche se è un simbolo, è, in questo paese, un reato penale, punibile fino a due anni. A volte più che far male ad un essere umano. Non è violento, questo, non è stupido?
Note

  1. Aimée Césaire fu un intellettuale martinicano. Una delle sue opere più influenti, il Cahier cui faccio qui riferimento, cominciato a scrivere nel 1935, fu rifiutato da diverse case editrici, prima della pubblicazione. Abbandonata Parigi per la Martinica si dedica all’insegnamento in un liceo locale, e Frantz Fanon sarà uno dei suoi allievi. Egli rappresenta l’ala più radicale, creativa e surrealista della négritude, termine da lui stesso inventato per battezzare la nascita di un movimento d’emancipazione culturale e politica dal colonialismo. Nel 1956, a causa di profondi ed insanabili contrasti sulla politica coloniale e non solo, esce dal Partito Comunista. La sua opera resta ancora oggi, in Italia, da leggere e scoprire.
  2. Michel Foucault, in Micfrofisica del potere, “Nietzsche, la genealogia, la storia”, Einaudi, Torino 1977.
  3. Geertz Clifford, I frutti puri impazziscono. Etnografia, letteratura e arte nel XX secolo, Bollati Boringhieri, Torino 1999.
  4. Aimée Césaire, Diario di un ritorno al paese natale, Jaca Book, Milano 1978 (orig. Cahier d’un retour au pays natal, ed. Présence Africaine, Paris 1956).
  5. Op.cit.
  6. Di mirabile modernità i versi dal 536 al 544, in cui Euripide, apertamente schierato dalla parte dell’infanticida straniera, mostra l’arroganza “elleno centrica” di Giasone, che rinfaccia all’amante di averla strappata ad una terra barbara per portarla nella civiltà…
  7. Tra gli altri, il grande filosofo pre-socratico Anassagora era stato condannato per ateismo al rogo delle sue opere.
  8. Op.cit.

l’opinione di… Andrea Papi
 
Il rispetto delle differenze

Condivido pienamente l’articolo di Ferro.

Aggiungerei soltanto che le bandiere, come tutti i simboli, hanno più significati. Per esempio il tricolore è usato anche dai partigiani. In più è un simbolo del Risorgimento, quindi in origine nacque come simbolo di rivendicazione di libertà dall’occupazione straniera. Bruciarlo non vuol dire, come stupidamente s’illudono i bruciatori di bandiere, dispregio alle forze armate, ma rinnegamento di tutta una storia molto complessa e piena di significati contradditori e ambigui. Lo stesso vale per qualsiasi bandiera nazionale, compresa quella d’Israele e quella palestinese, ecc..

Fra l’altro la bandiera rappresenta la nazione, cioè l’identità del popolo, non lo stato che la fa sua. Bruciare la bandiera, che lo si voglia o no, rappresenta un disprezzo verso dei sentimenti, criticabili finché si vuole, ma componenti degli individui che vi si riconoscono, non un rinnegamento di istituzioni. E gli anarchici hanno sempre rispettato i sentimenti, anche quelli che contrastavano, proprio in nome del rispetto delle differenze. Per questo è una pratica che in tempi recenti cominciò ad essere usata dagli autoritari di destra e di sinistra, in particolare stalinisti e fascisti, cioè da chi vuole eliminare le bandiere degli altri per poi imporre le sue con la forza.

Non credo sia possibile annoverarla tra le pratiche di protesta anarchica, anche se ci sono, oggi, diversi che si autodefiniscono anarchici, com’è nel loro diritto (anche se c’è anche il diritto di sottolinearne l’incoerenza da parte di altri che si considerano anarchici, com’è per esempio il mio caso e quello di Ferro), che scimmiottano questa pratica autoritaria illudendosi, penso, di essere dei duri e puri della lotta contro il potere.

Andrea Papi

l’opinione di… Carlo Oliva
 
Un simbolo ambiguo

Il tricolore italiano, a pensarci, è uno strano oggetto. Nasce come simbolo di indipendenza, ma sul modello della bandiera di una potenza occupante. Viene riesumato dopo la Restaurazione come vessillo repubblicano e rivoluzionario, ma è adottato da un re in cerca di gloria dinastica e diventa presto l’emblema della monarchia. Ha sventolato sulle barricate e alla testa degli eserciti mandati a rimuoverle, per reprimere i moti degli operai e le rivolte dei popoli. È stato, in altre parole, simbolo insieme degli oppressi e degli oppressori. Se ha incarnato qualche caratteristica tipicamente italiana, sono state soprattutto quelle dell’ambiguità ideologica e dell’opportunismo, e in questo senso molti – troppi – dei nostri concittadini vi ci possono riconoscere.

Certo, è possibile che qualcuno, oggi, a quella bandiera sia sinceramente affezionato e si senta offeso quando la vede oggetto di oltraggi e vilipendi. In segno di rispetto della sua buona fede, sarebbe forse conveniente non darla alle fiamme. Io, probabilmente, mi sentirei a disagio a partecipare a un’azione del genere, anche per paura di venire confuso con leghisti o consimili ceffi, ma è anche vero che ormai sono anziano e dalle manifestazioni che non siano puramente verbali mi tengo alla larga. E poi temo che il principio non possa avere un valore assoluto né essere assunto come norma di comportamento generale, a meno di non voler ricadere nell‘opportunismo di cui si diceva. Se si vuole manifestare in pubblico un qualsiasi valore, bisogna rassegnarsi a dispiacere a chi non lo condivide. Dopotutto, esistono fascisti in buona fede, clericali in buona fede, militaristi in buona fede e via andare e il rispetto sempre dovuto alle persone non si estende di necessità ai simboli che inalberano. Da questo punto di vista, anzi, è sempre meglio bruciare un simbolo che rompere una testa. Si correrà il rischio, magari, di venire fraintesi e di veder strumentalizzati i propri gesti, ma sono rischi, questi, che non sempre è possibile evitare.

In fondo, che quella bandiera, che noi non abbiamo scelto, ma ci è stata imposta dagli eventi, rappresenti anche noi, in quanto componente coesa della comunità nazionale, è un’ipotesi tutta da dimostrare. Personalmente, non sopporto le bandiere neanche allo stadio, figuriamoci alle parate militari e sulle caserme. Il che non vuol essere, intendiamoci, un invito a metter mano a benzina e cerini: di ogni gesto va valutata l’opportunità tattica, la convenienza caso per caso. Ma questo è un altro discorso.

Carlo Oliva

l’opinione di… Tobia Imperato
 
La ricerca del piacere

“P erché ci sputo sopra alla bandiera sputo sopra all’Italia tutta ‘ntera” (1)

“Sin da bambini ci viene detto che quella bandiera rappresenta gli italiani. Perché il sentimento nazionale non significa più, per la maggioranza dei cittadini, ostilità nei confronti delle altre nazioni: il tricolore è semplicemente – anche se stupidamente – un simbolo di identità”.

Non so che farmene di questa identità, rappresenta solo truppe d’occupazione carabinieri e bombardieri.

Il tricolore in verità, dopo la nascita della repubblica, non è mai stato un simbolo amato dall’italiano medio, che solitamente se ne sbatteva e non portava mai la mano sul cuore nell’udire l’inno di Mameli. Solo con l’avvento al governo dei post-fascisti aggregati al carrozzone berlusconiano ci sono stati reiterati tentativi di rilancio del sentimento nazionale. Come fa fede la vergognosa campagna pubblicitaria “Grazie ragazzi!” indetta in occasione dell’ultimo 4 novembre dal ministro della difesa fascista La Russa.

Non comprendo quindi – nemmeno da un punto di vista meramente utilitaristico (inimicarsi la simpatia del pubblico) – il motivo della presa di posizione di Daniele, quando in realtà a provare emozione per il tricolore non è “la gente” ma solo una minoranza patriottica, molto distante da ogni idea di libertà ed emancipazione.

Non ho partecipato, per motivi di lavoro, alla bella iniziativa della FAI torinese, anche se ho al mio attivo militante almeno un pubblico rogo di tricolore. È logico quindi che condivida pienamente e consapevolmente questo tipo di azioni.

Trovo veramente stupefacente (O tempora! O mores!) dover dibattere su un foglio anarchico un simile argomento per me scontato (se sia lecito o meno per degli anarchici dare alle fiamme una bandiera nazionale) soprattutto con un giovane di 25 anni, età in cui si dovrebbe veramente fare fuoco e fiamme o, come diceva Bakunin, avere il diavolo in corpo.

Mi sembra di capire che quello che angustia Daniele non sia un problema etico, bensì di errata comunicazione all’esterno.

Legittimo, anche se, a mio parere, molto male impostato.

Prima di tutto vorrei sgombrare il campo da equivoci e ambiguità. Che c’entrano la violenza e le bombe con uno straccio bruciato?

Non esiste alcuna correlazione tra violenza (che si compie sugli esseri viventi) e atti dimostrativi (che si compiono su oggetti inanimati). Sebbene nella nostra storia vi siano stati anarchici non-violenti (molto pochi) non mi risulta che vi siano mai stati anarchici non-brucianti.

Lo stesso Daniele si rende conto di averla sparata un po’ grossa, tanto da cercare di giustificarsi:

E allora proviamo a smettere i panni degli anarchici e ad indossare quelli del cittadino “qualunque”. Come considereremmo quel gesto? Probabilmente penseremmo che è il sintomo di una volontà di violenza. Come molti, poveretti, credono ancora che fumando una canna si finisca col bucarsi d’eroina, così bruciare la bandiera potrebbe essere considerato il primo passo per attentare alle istituzioni”.

Siccome qualcuno, poveretto, crede che fare sesso faccia male alla vista, gli anarchici dovrebbero astenersene?

Siccome qualcuno, poveretto, crede nel paradiso dopo la morte, gli anarchici dovrebbero andare in chiesa a pregare?

Siccome qualcuno, poveretto, crede che si possa cambiare la società con una crocetta su una scheda, gli anarchici dovrebbero votare?

Siccome qualcuno, poveretto, crede che la polizia difenda i cittadini, gli anarchici dovrebbero amarla?

Siccome qualcuno, poveretto, crede che ci siano guerre giuste, gli anarchici dovrebbero sostenerle?

Siccome qualcuno, poveretto, crede che zingari e immigrati creino insicurezza, gli anarchici dovrebbero arruolarsi nelle ronde padane?

Come si vede questo ragionamento (il sentire comune della gente) non ci può portare da nessuna parte.

E non ho nessuna intenzione di “smettere i panni degli anarchici e ad indossare quelli del cittadino “qualunque” perché, come diceva Benjamin Pèret, “Je ne mange pas de ce pain-la” (2).

Ma quello che preme a Daniele è che simili azioni possano intaccare l’immagine degli anarchici quali bravi ragazzi, per bene, educati, che aiutano le vecchine ad attraversare la strada…

Se la gente ci pensasse così allora sì che, sempre secondo Daniele, saremmo milioni e milioni e non quattro gatti.

Gli anarchici, come il resto degli abitanti del pianeta, sono essere umani con diversità di temperamento e comportamenti infinita e, in ogni caso, maggiore a quella di ogni altro raggruppamento politico. Logico, visto che la loro teoria si fonda sulla libertà quale valore principale.

Non esiste non è mai esistito e mai esisterà – per fortuna – un comportamento unico e omologato nel vivere e praticare l’anarchismo. Da sempre questo è lasciato alla sensibilità di individui e gruppi.

Se Daniele (e coloro che la pensano come lui) giudica sconveniente bruciare bandiere è libero di agire secondo coscienza, ma questo non significa che tutti gli anarchici ci si debbano uniformare.

Ovviamente, gli anarchici non avendo leggi e regolamenti, si affidano al dibattito delle idee per affinare strategie e codici comportamentali, che non diventano mai un dogma per tutti ma sono riconosciuti come tali solo da chi li ha liberamente accettati.

Per questo motivo accolgo la “provocazione” di Daniele, confutando il suo modo di vedere.

Se qualcuno mi dice che anarchia è merda, è come se mi stesse dando un pugno. E così accade per chi, in buona fede (non facciamo quelli che considerano i non anarchici degli idioti) prova affezione per il tricolore”.

Caro Daniele, non puoi mettere sullo stesso piano l’ideale anarchico e la retorica patriottarda. Sono due elementi tra loro incommensurabili.

Ricordo un episodio che lessi in gioventù e che mi è rimasto impresso, anche se non ne rammento la fonte esatta. Primi anni del secolo, Parigi, cimitero di Père Lachise, immensa manifestazione popolare per ricordare i morti della Comune. La polizia vuole impedire l’ingresso della bandiera nera. Gli anarchici si scontrano con le vaches (come venivano dispregiamente definiti gli sbirri) per passare nonostante il divieto. Ci riescono. E quando finalmente il nero vessillo varca la soglia del cimitero, viene gettato al suolo e tutto il corteo ci passa sopra allegramente.

Questo è uno splendido esempio di azione anarchica. Pronti a battersi per difendere la propria bandiera e pronti nel medesimo tempo a calpestarla per affermare il principio che per gli anarchici nulla è sacro, nemmeno i propri simboli. “Troverò sempre abbastanza persone disposte ad associarsi con me senza prestare giuramento alla mia bandiera (Max Stirner)”.

Come puoi vedere, caro Daniele, se anche noi anarchici abbiamo una bandiera, per noi è solo un drappo che ci distingue dagli altri, serve solo a farci riconoscere, ma resta semplicemente quello che è: un pezzo di stoffa senza altri significati che trascendano l’aspetto identificativo (3).

“Se qualcuno mi dice che anarchia è merda” non me ne importa il classico fico secco, ma sono disposto a rischiare il carcere pur di poter sempre gridare a voce alta Viva l’anarchia.

L’azione degli anarchici non è mai messianesimo ed evangelizzazione, altrimenti saremmo simili ai Testimoni di Geova (e ugualmente insopportabili).

È vero, si fa la cosiddetta propaganda per far conoscere all’esterno le nostre idee nella speranza di riuscire a raggiungere la coscienza di persone che al momento anarchiche non sono.

Ma se l’impegno anarchico si riducesse a questo sarebbe solamente una noiosa routine, priva di gratificazioni.

Una componente, spesso trascurata, dell’azione anarchica è la ricerca del piacere, qui e ora. Piacere che si può trarre dalla consapevolezza di non essere in alcuna misura complici dei misfatti del potere, dal vivere una vita diversa improntata sui valori della libertà e dell’uguaglianza, dai rapporti con i compagni basati su parametri all’opposto di quelli della società del dominio e dello sfruttamento, nel fare un giornale un manifesto o un volantino, nell’organizzare un evento (assemblea, manifestazione, conferenza, comizio, concerto o festa) e soprattutto – cosa paventata da Daniele – nell’attacco alle istituzioni. Attacco che non è necessariamente violento (anche se non è da escludere) ma a volte molto più penetrante perché va colpire proprio lì dove il potere cerca di incalanare il sentire della gente per impedire una presa di coscienza generale: la retorica patriottica, l’oscurantismo religioso, l’acquiescenza totale ai valori dominanti.

Ed è quindi proprio in queste situazioni che lo sberleffo anarchico si fa sentire. Alla faccia di tutti i nemici della libertà.

Daniele si preoccupa per un’innocente fuocherello, ma sappiamo fare di peggio. Edoardo Massari, il giovane anarchico eporediese morto suicida in carcere nel 1998, durante un’occupazione simbolica del municipio di Caluso, col tricolore ci si era pulito il culo (4). A Torino, tempo fa, ignoti “travailleurs de la nuit” libertari si sono divertiti a segare alcune teste brunzute del recente monumento ai caduti di Nassirya facendo infuriare Digos, ROS e autorità varie (5). Fantasia contro il potere.

Non basta esporre al balcone una bandiera arcobaleno per contrastare la guerra, ogni tanto serve dare qualche sussulto alle acque stagnanti di una contestazione ormai rassegnata. Ben vengano quindi queste azioni. Che il tricolore bruci in ogni piazza!

Questo non significa considerare “i non anarchici degli idioti”. Ma nemmeno uniformarsi alla canea urlante dei servi di ogni colore. Né servi né padroni.

Anche con le azioni esemplari si fa comunicazione, non solo con lo scritto. Il fascino della rivolta è un potente stimolante in grado di coinvolgere e far riflettere chi non è stato completamente lobotomizzato dai media.

Un’ultima cosa. Daniele scrive: “Oppure crediamo che l’anarchia sia l’evoluzione dell’umanità, ma che questa evoluzione vada raggiunta sulla continua spinta di chi anarchico ed anarchica lo è già?

Ti devo contraddire. Anche se in passato è stato teorizzato, l’anarchia non è un’evoluzione dell’umanità. Non mi risulta che sino ad oggi vi siano stati progressi in questa direzione. L’anarchia è frutto di una libera scelta degli individui (6).

Vi sono momenti storici alti (come nel secolo passato è avvenuto in Spagna) in cui le idee anarchiche si sposano con la volontà generale. E in questo caso gli anarchici sono in grado di dare una lezione al mondo (7).

Non è colpa degli anarchici (e tanto meno dei loro atti) se la gente non si avvicina al nostro movimento. È che i nostri poveri e deboli strumenti di comunicazione non riescono a raggiungere un’umanità sempre più isolata (non esistono praticamente più luoghi d’aggregazione popolare) tesa – per quanto riguarda i paesi industrializzati – solo al soddisfacimento di inutili consumi.

Ma non disperare, Daniele. La storia può riservare delle sorprese e gli anarchici saranno sempre al posto che loro compete. Per adesso, godiamoci la ribellione.

Tobia Imperato

Note

  1. Da “E anche al mi’ marito tocca andare”, canzone popolare toscana dell’epoca della prima guerra mondiale.
  2. Cfr. Benjamin Péret, Non ne mangio di quel pane, Edizioni Gratis, Firenze, 1993.
  3. Questo non vuol dire che non mi piacciano le bandiere nere o rosso-nere (come quelle che compaiono nel bellissimo inserto pubblicato sul n. 337 della rivista Orgoglio e amore: bandiere anarchiche) ciò che intendo ribadire è che la bandiera anarchica, pur essendo un ottimo documento della passione libertaria, non presenta mai il connotato di sacralità che invece è attribuito alle bandiere nazionali attraverso ridicole cerimonie, quali alzabandiera tutti sull’attenti e stronzate del genere.
  4. Cfr. Tobia Imperato, Le scarpe dei suicidi, Ed. Fenix, Torino, 2003, pp. 118-119.
  5. Cfr. http://torino.repubblica.it/multimedia/home/7348824.
  6. “Anarchico è il pensiero e verso l’anarchia va la storia”, il celebre aforisma del repubblicano Giovanni Bovio, ha incontrato per molto tempo il favore degli anarchici. Lo stesso pensiero kropotkiniano, influenzato dal positivismo scientifico dell’epoca, si basa su questo determinismo. In controtendenza con la sua epoca Errico Malatesta ha sempre combattuto tale teoria, opponendole il volontarismo. Non un processo storico ma solo la volontà degli individui potranno realizzare l’utopia libertaria. La concezione malatestiana è ormai universalmente condivisa dagli anarchici odierni.
  7. “In un’intervista del 1999 Concha Liaño , che durante la guerra civile aveva fatto parte del gruppo Mujeres Libres, alla domanda se fosse valsa la pena di aver fatto la rivoluzione, rispose in lacrime: Io ti dico di sì. Abbiamo dato una lezione al mondo. Gli abbiamo dimostrato che si può vivere in collettività, mettendo in comune tutto quello che c’è. Che potevamo educare in piena libertà, senza castighi, i nostri figli, che potevamo godere della natura e istruirci nella cultura. Io ti dico di sì, lo abbiamo fatto per poco tempo, però abbiamo dato una lezione al mondo”, Enrico Acciai, La fine dell’utopia. Auge e crisi dell’anarcosindacalismo spagnolo, QF Quaderni di Farestoria, a. IX, n. 3, settembre/dicembre 2007, Pistoia, p. 24.